Valerio D’Onofrio – Valeria Ferro – I 101 racconti di Canterbury. Viaggio nella storia di una (non) scena – recensione

di Roberto Giannini, pubblicato il 2 novembre 2018

Altro ottimo volume storiografico, questa volta inerente la scena di Canterbury e tutto ciò che le ha gravitato intorno, scritto a quattro mani da due giornalisti oramai capisaldi di quella che secondo me è di gran lunga la miglior webzine italiana (sia dal punto di vista contenutistico che da quello dell’essenzialità grafica): OndaRock.

Il primo è Valerio D’Onofrio, che su Canterbury (e su Ondarock, clicca qui) aveva già pubblicato una succosissima monografia, con tanto di discografia fondamentale.

La seconda è Valeria Ferro, anch’essa molto ferrata su questioni canterburyane (vedi monografie su Caravan, Soft Machine e Kevin Ayers) e coautrice, ancora insieme a D’Onofrio, di un’altro strepitoso speciale dedicato al kraut rock (clicca qui).

Il volume che ci apprestiamo ad incensare si intitola I 101 racconti di Canterbury. Viaggio nella storia di una (non) scena ed è pubblicato nella collana Suoni dalla Crac Edizioni.

Siamo di fronte ad oltre 300 pagine che vivisezionano dalla A alla Z la storia e gli avvenimenti musicali che magicamente si sono succeduti nella cittadina (poco più di 50000 abitanti secondo l’ultimo censimento) del Kent situata a circa 80 km. di distanza dalla capitale britannica.

canterbury westgate

canterbury westgate

Il libro, che contiene una prefazione interessante e curiosa del “nostro” Fabio Zuffanti,  si concentra inizialmente sulle figure di quattro personaggi considerati in maniera unanime quali i capistipite e punti di riferimento conclamati di tutta la vicenda: Robert Wyatt, Daevid Allen, Kevin Ayers e Richard Sinclair, vale a dire tre dei quattro membri della formazione iniziale dei Soft Machine, più il leader (con Frederick “Pye” Hastings) degli altrettanto seminali Caravan.

soft machine 1967

soft machine in 1967

Viene percorso dagli autori praticamente l’intero albero genealogico, praticamente album per album, che attraversa i rivoli che, partendo dai Soft Machine conducono ai Whole World di Kevin Ayers, ai Matching Mole e alle straordinarie carriere di Wyatt o di Hugh Hopper, o della leggendaria parabola Gong che si svilupperà sul fronte francese (di pari passo alle carriere di Allen stesso o di Steve Hillage).

Parenti stretti dei Caravan saranno invece tutte le band della cosiddetta seconda generazione (Hatfield and the North, National Healt, Gilgamesh le principali), che assorbiranno forze esterne inizialmente alla (non) scena (Egg, Camel, Phil Manzanera), oltrechè le spinte jazzistiche di personaggi altrettanto straordinari (Ian Carr, Lol Coxhill, Keith Tippet).

caravan

caravan in 1971

Gli autori non tralasciano ovviamente le spinte sociopolitiche espresse da band avanguardiste che hanno contraddistinto il movimento Rock in opposition (Henry Cow, Art Bears o la carriera solista di Fred Frith), nè l’innovazione a 360° portata da altri geni assoluti quali Mike Oldfield e David Bedford, o la presenza (a sorpresa) di insospettabili musicisti di band acclamate (vedi Nick Mason dei Pink Floyd o il già citato Phil Manzanera dai Roxy Music).

Non manca un capitolo finale dedicato alle attinenze con il sound canterburyano in Italia (ad esempio Picchio dal Pozzo, Perigeo e Napoli Centrale), ed un’ultima parte che raccoglie interviste ad altri esperti del settore (Antonello Cresti, Guido Bellachioma e il direttore/fondatore di OndaRock Claudio Fabretti), oltrechè ad Orlando Allen, figlio dei compianti Daevid e della sua musa Gilli Smith.

101 dischi, ognuno con una sua storia, ognuno con le sue peculiarità, alcuni distantissimi (a volte antitetici)  tra loro, ma ognuno legato all’altro da un filo conduttore, in alcuni casi immediatamente riscontrabile, in altri difficile da scovare.

robert wyatt first album cover

robert wyatt first album cover

Un volume essenziale sia per neofiti che stanno scoprendo in questi anni le meraviglie pervenute nel quindicennio d’oro dalla cittadina del Kent, che per i più esperti sull’argomento, che troveranno nuovi spunti di riflessione e/o discussione critica (ad esempio considero un po’ sottovalutato il primo solista di Wyatt, The end of an ear, o un po’ azzardato l’accostamento di Arbeit match frei degli Area alla scena, ma sono solo quisquiglie e paturnie personali).

Per lo scrivente sicuramente un’opera preziosa, da conservare in qualsiasi biblioteca musicale, e da leggere (e rileggere) con il sottofondo dei dischi trattati (possibilmente su vinile, ma, in ogni caso, su YouTube o Spotify si trova tutto).

 

 

 

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