Novità

besnard lake da ondarock

BESNARD LAKES

The Besnard Lakes Are The Roaring Night

(Jagjaguwar) 2010
alt-rock, psych-pop

di Claudio Lancia dal sito www.ondarock.it

besnard lakes

Che i Besnard Lakes avessero delle interessanti frecce al proprio arco, lo avevamo desunto ascoltando il loro precedente lavoro, "The Besnard Lakes Are The Dark Horse", ma il risultato finale della loro nuova fatica discografica supera parecchio quelle che potevano essere le ragionevoli aspettative sul percorso artistico della formazione canadese.

La lettura della tracklist ci aveva fatto temere il peggio, in quanto lasciava presagire una sorta di concept-album, con alcune tracce suddivise in parti. E invece il disco si dimostra sin dal primo ascolto godibile e aggressivo, risultando una piacevolissima sorpresa.


"The Besnard Lakes Are The Roaring Night" è il terzo album della band di Montreal e si apre in maniera squillante con "Like The Ocean, Like The Innocent" (suddivisa in due parti, delle quali la prima è una sorta di piccola intro all'intero disco), la quale da subito è in grado di ben predisporre l'ascoltatore, un entusiasmante antipasto con le chitarre tirate a lucido e il superbo intrecciarsi delle voci di Jace Lasek e Olga Goreas, meravigliosi compagni non solo in musica ma anche nella vita privata.
La trasognata "Chicago Train" dopo 2'40'' di fluttuazioni atmosferiche si trasmuta in un alt-pop di rara intensità.

Il mood proposto si insinua fra i lembi dell'ormai consolidato sound caratterizzante la moderna scena indie canadese, che vede negli Arcade Fire e nei New Pornographers alcune fra le stelle più luminose. Sono soprattutto questi secondi a essere il faro guida dei quarantasei minuti che compongono "Roaring Night".


"Albatross", scelta come singolo apripista (come seconda traccia i completisti vi potranno trovare l'inedita "Four Long Lines"), ha dentro qualcosa di più, qualcosa che ci riporta agli esperimenti più dreamy dei My Bloody Valentine, con la suadente voce di Olga Goreas assoluta protagonista.

Dopo la shoegaze-oriented "Glass Printer", ennesima riuscitissima cascata di note impregnate dei migliori Yo La Tengo, si staglia un altro pezzo diviso in due parti, "Land Of Living Skies", languida ballata servita in salsa country & western, con un solo centrale di evidente taglio classic rock.

L'epicità più pura ammanta di candore "Light Up The Night" che, statene certi, diventerà un superclassico di questi signori nordamericani. Applausi a scena aperta da parte di tutti gli inguaribili romantici del mondo: queste sono le canzoni che possono cambiare il destino di una band.

In chiusura si continua a sognare ad occhi aperti, sulle ali del dreamy psych-pop di "The Lonely Moan".

Con questo disco i Besnard Lakes compiono un notevole passo in avanti rispetto al già apprezzato "Dark Horse", e realizzano il lavoro che da ora in poi caratterizzerà nell'immaginario collettivo il proprio approccio musicale. Non è escluso che d'ora in avanti possano loro stessi diventare un nuovo termine di paragone per le band a venire.

Disco davvero di quelli buoni, senza riempitivi, assolutamente consigliato.


 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 10 Marzo 2010 09:02 )

 

beach house - teen dream

beach house

 

 












BEACH HOUSE

Teen Dream
(Sub Pop / Bella Union) 2010
dream-pop


Se l'esordio omonimo del 2006 li aveva segnalati come credibili interpreti di canzoni sospese tra sogno e realtà, il successivo "Devotion" ha confermato i Beach House nella loro vena melodica e nella straordinaria capacità di creare atmosfere vellutate e cangianti, partendo solamente dalle suadenti interpretazioni vocali di Victoria Legrand e dagli intrecci di organi e tastiere vintage con le chitarre e le ritmiche di Alex Scally.
A due anni esatti da quel lavoro, il duo di Baltimora è dunque atteso all'impegnativa conferma attraverso questo terzo album, che ne segna nel contempo la consacrazione a livello distributivo, conseguente alla firma con la prestigiosa Sub Pop.

La genesi del disco ha avuto luogo durante poche settimane all'inizio del 2009, nelle quali Victoria e Alex hanno scelto di ritirarsi nella loro Baltimora, a tirare le fila del lungo tour successivo a "Devotion", raccogliendo le nuove canzoni che nel frattempo avevano preso forma e in alcuni casi erano state già eseguite dal vivo. Il contesto familiare e isolato nel quale l'album è stato realizzato si sposa con la riscoperta di una spontaneità primigenia, che la produzione di Chris Coady (già all'opera tra gli altri con Blonde RedheadTV On The Radio) non ha alterato nell'essenzialità dei suoi cardini, elevandola invece verso un suono più "pieno", che esalta l'incedere trasognato delle melodie incorniciate dalla fascinosa sobrietà interpretativa di Victoria, supportata talora soltanto da un paio di note d'organo e da rilucenti tappeti di tastiere.

Benché i suoi prodromi fossero chiaramente riscontrabili in alcuni brani compresi in "Devotion" (in particolare "Gila"), "Teen Dream" non rappresenta una mera continuazione del disco precedente, quanto piuttosto una notevole rifinitura del suo stile onirico, qui calato in un aggraziato contesto retro-futurista, nel quale le melodie si svolgono gradualmente in parabole armoniche languide e in continua intersezione con tastiere persistenti e pulsazioni ritmiche appena accennate. Si direbbe, infatti, che la parte di gran lunga preponderante di "Teen Dream" viva sulla congiunzione tra i piani, solo in apparenza separati, del cantato leggiadro di Victoria e delle incessanti modulazioni interstellari di organo e tastiere, che, spesso anche nel corso dello stesso brano, dischiudono la fulgida policromia di mondi immaginari, quasi come se si trattasse di livelli successivi di un videogioco d'annata, da scoprire ogni volta con quel senso di genuino stupore adolescenziale evocato dal titolo dell'album.

Nascono così canzoni sinuose, dai toni sognanti, incardinate sul fluttuare ebbro ma controllato di organi e tastiere che arricchiscono la lezione di Stereolab e (soprattutto) Pram di un piglio melodico persino meno zuccheroso rispetto al recente passato. Folate di vento cosmico e oscillazioni liquide avviluppano dunque le strutture incrementali di ballate incantate ed efficacissime quali "Silver Soul" e "10 Mile Stereo", ma sono altresì capaci di ritrarsi per lasciare il proscenio alle note limpide di "Used To Be" e "Real Love", che mostrano la versatilità di Victoria nell'alternare registri lievi a timbriche sentimentali di inusitata profondità.
L'accresciuta densità del suono risulta poi evidente negli episodi nei quali il duo espande i propri orizzonti palesando ulteriori (più o meno prevedibili) aderenze stilistiche. Basti considerare, per esempio, l'ampio respiro melodico di "Walk In The Park", che trasfigura la vorticosa magia degli Slowdive attraverso tastiere e battiti sfumati, e le ripetute aperture armoniche dell'indovinato singolo "Norway", ove vocalizzi e sospiri ovattati gettano un ponte ideale tra Liz FraserNaomi YangLaetitia Sadier.

Ben al di là dell'ozioso gioco dei riferimenti, il pregevole campionario sonoro di "Teen Dream" e le sue melodie che scolorano in un iperuranio solcato da mille riflessi magnetici consacrano i Beach House quali raffinatissimi interpreti di una dimensione aliena, pervasa da uno spirito incontaminato e dall'entusiastica inclinazione alla meraviglia di un'immaginazione giovanile. La stessa che anima chi, nell'inserire un disco nel lettore, è ancora disposto a credere che possa aprirgli il giardino dei sogni e dei desideri, al quale "Teen Dream" potrà fornire sicuro nutrimento.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 10 Febbraio 2010 11:41 )

 

GALA DROP

Gala Drop
(Gala Drop Records) 2009
fourth world music
di Antonio Ciarletta  dal sito www.ondarock.it


gala drop


I Gala Drop sono un trio formato da musicisti del fertile underground di Lisbona, ovvero Nelson Gomes, Afonso Simões e Tiago Miranda  - quest’ultimo già membro degli ottimi Loosers e di una manciata di altre formazioni piuttosto note nella scena avant-rock portoghese.

Fatte le dovute presentazioni, vi dico subito che il dischetto in questione è uno degli oggetti più esplosivi mi sia capitato tra le mani in questi ultimi tempi. Se negli anni 80 Jon Hassell coniò la locuzione “fourth world” per descrivere la sua miscela di suoni retro-futuristi, allora questa dei Gala Drop è musica del quinto o sesto modo, giacché poche altre volte ho sentito tante influenze diverse - se non addirittura apparentemente inconciliabili - liofilizzate e riproposte in modo così personale. Immaginate una fusione a freddo di dub giamaicano, tribalismo bucolico alla Animal Collective ultima maniera, minimalismo percussivo alla Urban Sax, suggestioni esotiche Soul Jazz Records (Konk, Rekid, Grupo Oba Ilu) e kosmische musik alla Cluster, il tutto immerso nelle bolge sintetiche degli Heldon. Insomma, musica da fuori di testa per gente fuori di testa. 

E dire che inizialmente i poezzi sembrano troppo uniformi se non monotoni, salvo poi schiudersi, a un ascolto più attento, in tutta la loro multireferenzialità.
Così l’esperienza uditiva può seguire diverse traiettorie e si tramuta in esperienza sinestesica quando in “Holy Heads” i synth solari di Tiago Miranda arrivano a debordare ben oltre le linee melodiche, e il cantato formato-nenia di Nelson Gomes satura lo spazio d’ascolto, proiettando visioni di un mondo zuccherosamente alienante. Le “radiazioni amichevoli” sono una costante immaginifica di questo suono, che seduce in modo conturbante, salvo poi emanare tutta la sua nevrastenia tropical-urbana.

Ma è l’effetto ipnotico delle percussioni il driver principale del discorso, corroborato da sample rubati chissà dove e ricontestualizzati in universi sonori diversi da quelli d’origine - evidentemente la presenza di Rafael Toral al missaggio deve aver dato i suoi frutti.
Che vi piaccia o meno, non potrete non ammettere che al momento non c’è nulla in giro che suoni in questo modo.

 


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