Pietre Miliari

spacemen 3 - playing with fire

Recensioni - Pietre Miliari

 

Spacemen 3 - Playing With Fire (Fire 1988)
Capita a volte di rileggere il loro nome in qualche recensione (i Fuck Bottom, giusto recentemente), ma nessuna band è mai riuscita ad eguagliarne stile e portata storica: gli Spacemen 3 di Peter "Sonic Boom" Kember e Jason Pierce sono stati una delle più grandi band psichedeliche di sempre, capaci di andare oltre il semplice revivalismo per arrivare a uno stile nuovo che è stato soprattutto solo loro (forse solo i contemporanei Loop potevano essere degli epigoni efficaci, non fosse che in fondo anche loro erano assolutamente personali e più affascinati dalla Germania dei '70 che non dai '60) e che forse proprio per questo ha affascinato molti gruppi senza generare dei veri eredi.
Il disco -pur senza avere quella spaccatura netta che sarà del successivo "Recurring", poichè qui c'è ancora una certa omogeneità di suoni- si può tranquillamente dividere in due gruppi di canzoni: da un lato quelle di Pierce, più vicine alla forma canzone e matrici dei classici futuri dei suoi Spiritualized, dall'altro le strutture più ardite delle composizioni di Kember, che sembra già lanciato verso quel concetto di post rock che esploderà solo pochi anni dopo.
La prima parte del disco è giocata su sonotità ipnotiche, quasi impalpabili, tanto che fino a "Revolution" (quasi) non si sente una vera sezione ritmica: le canzoni sembranbo galleggiare nell'aria e sembra quasi che "Honey", "Come Down Softly To My Soul", "How Does It Feel?" e "I Believe It" (che cita il celebre inizio della "Gloria" di Patti Smith) siano parte di un unico flusso sonoro.
In "Honey" e "Come Down Softly To My Soul" anche le voce finiscono per apparire eteree come gli arpeggi di chitarra, in un'atomosfera ipnagogica che sarà replicata con successo solo dai My Bloody Valentine più eterei.
Il parlato di "How Does It Feel?" sembra suggerire al nostro inconscio di rilassarsi, anticipando un brano che viene giocato fondamentalmente su un unico riverbero su cui vengono ricamati dei passaggi di chitarra: la band porterà il brano all'estremo nel 12" "Dreamweapon", dove in due facciate questa struttura sonora viene portata all'estremo, raggiungendo risultati più vicini al minimalismo che non alla musica rock (e difatti sul retro è riportato un testo di LaMonte Young).
"I Believe It" si apre con lo stesso riff di tastiera della loro "Walkin' With Jesus" (o forse della "Rocket U.S.A." dei Suicide) e col suo incidere incalzante -nonostante l'unica ritmica sembri essere un tamburello moolto sullo sfondo- fa da perfetta introduzione a "Revolution".
Quest'ultima, una dei vertici del disco, è un mostruoso tributo ai colossi di Detroit Stooges e MC5, visto che si apre col medesimo della "Loose" dei primi e sembra muoversi sugli accordi della "Black To Comm" dei secondi: qui la band sembra quasi fare a gara con la nascente generazione shoegaze, puntando su un muro del suono implacabile. Da notare che il brano sarà subito oggetto di una cover dei grungers Mudhoney (in parte omaggio sentito, in parte caricatura del suo testo pro-droghe cantato con un accento british pesantissimo: il cantato di Mark Arm sembra puntare verso questa direzione, anche se le note accluse all'antologia "March To Fuzz" la definiscono "a great song") , e se in un primo momento gli Spacemen 3 ne saranno irritati finiranno poi per rispondere con una cover quasi perfetta della "When Tomorrow Hits" del quartetto di Seattle (le due cover divideranno un 7" del celeberrimo "single club" della Sub Pop).
"Let Me Down Gently" ritorna nel limbo etereo della prima metà del disco (riprendendo sul finale la tastiera di "Honey") laddove "So Hot (Wash Away All Of My Tears)" è una tipica ballata nello stile di Pierce, giocata su un piano ripetitivo che sembra arrivare dritto da Satie.
A queste due oasi sonore segue la martellante "Suicide", distorto omaggio all'omonimo duo newyorkese, che per undici minuti travolge l'ascoltatore con feedback continui, finendo per anticipare le ossessioni di certo underground americano, dagli Oneida ai Black Mountains passando per i Comets On Fire.
A quel punto le sonorità quasi tra country psichedelico e gospel (una tecnica che Pierce utilizzerà spesso negli Spiritualized, specie tra i solchi di "Ladies And Gentlemen We're Floatin In Space" e "Amazing Grace") di "Lord Can You Hear Me?" sarebbero una conclusione perfetta non ci fossero -almeno nella mia stampa, che è la prima in cd su Fire: un' altra ve ne sarà per Space Age Recordings che raddiopperà il formato con demo e una cover di "Ché" dei Suicide- due potenti bonus track dal vivo, e se la prima è una "Suicide" ancora più efferata dell'originale, la seconda è una reprise di "How Does It Feel?" intitolata "Repeater" che pur non raggiungendo le vette del già citato e.p. "Dreamweapon" è abrasiva e lisergica quel tanto che basta da chiudere in bellezza il cd.
Apparentemente questo è un disco troppo "di culto" per poter essere definito una "pietra miliare", ma la sua influenza sotterranea continua a farsi sentire ancor oggi senza che -per fortuna- sia divenuto di moda citarli a ogni occasione: cosa chiedere di più?

Spacemen 3

Playing With Fire

(Fire - 1988)

recensione di Giulio Oliveri

spacemen 3

 

Capita a volte di rileggere il loro nome in qualche recensione (i Fuck Bottom, giusto recentemente), ma nessuna band è mai riuscita ad eguagliarne stile e portata storica: gli Spacemen 3 di Peter "Sonic Boom" Kember e Jason Pierce sono stati una delle più grandi band psichedeliche di sempre, capaci di andare oltre il semplice revivalismo per arrivare a uno stile nuovo che è stato soprattutto solo loro (forse solo i contemporanei Loop potevano essere degli epigoni efficaci, non fosse che in fondo anche loro erano assolutamente personali e più affascinati dalla Germania dei '70 che non dai '60) e che forse proprio per questo ha affascinato molti gruppi senza generare dei veri eredi.

Il disco -pur senza avere quella spaccatura netta che sarà del successivo "Recurring", poichè qui c'è ancora una certa omogeneità di suoni- si può tranquillamente dividere in due gruppi di canzoni: da un lato quelle di Pierce, più vicine alla forma canzone e matrici dei classici futuri dei suoi Spiritualized, dall'altro le strutture più ardite delle composizioni di Kember, che sembra già lanciato verso quel concetto di post rock che esploderà solo pochi anni dopo.

La prima parte del disco è giocata su sonotità ipnotiche, quasi impalpabili, tanto che fino a "Revolution" (quasi) non si sente una vera sezione ritmica: le canzoni sembranbo galleggiare nell'aria e sembra quasi che "Honey", "Come Down Softly To My Soul", "How Does It Feel?" e "I Believe It" (che cita il celebre inizio della "Gloria" di Patti Smith) siano parte di un unico flusso sonoro.

In "Honey" e "Come Down Softly To My Soul" anche le voce finiscono per apparire eteree come gli arpeggi di chitarra, in un'atomosfera ipnagogica che sarà replicata con successo solo dai My Bloody Valentine più eterei.

Il parlato di "How Does It Feel?" sembra suggerire al nostro inconscio di rilassarsi, anticipando un brano che viene giocato fondamentalmente su un unico riverbero su cui vengono ricamati dei passaggi di chitarra: la band porterà il brano all'estremo nel 12" "Dreamweapon", dove in due facciate questa struttura sonora viene portata all'estremo, raggiungendo risultati più vicini al minimalismo che non alla musica rock (e difatti sul retro è riportato un testo di LaMonte Young).

"I Believe It" si apre con lo stesso riff di tastiera della loro "Walkin' With Jesus" (o forse della "Rocket U.S.A." dei Suicide) e col suo incidere incalzante -nonostante l'unica ritmica sembri essere un tamburello moolto sullo sfondo- fa da perfetta introduzione a "Revolution".

Quest'ultima, una dei vertici del disco, è un mostruoso tributo ai colossi di Detroit Stooges e MC5, visto che si apre col medesimo della "Loose" dei primi e sembra muoversi sugli accordi della "Black To Comm" dei secondi: qui la band sembra quasi fare a gara con la nascente generazione shoegaze, puntando su un muro del suono implacabile. Da notare che il brano sarà subito oggetto di una cover dei grungers Mudhoney (in parte omaggio sentito, in parte caricatura del suo testo pro-droghe cantato con un accento british pesantissimo: il cantato di Mark Arm sembra puntare verso questa direzione, anche se le note accluse all'antologia "March To Fuzz" la definiscono "a great song") , e se in un primo momento gli Spacemen 3 ne saranno irritati finiranno poi per rispondere con una cover quasi perfetta della "When Tomorrow Hits" del quartetto di Seattle (le due cover divideranno un 7" del celeberrimo "single club" della Sub Pop).

"Let Me Down Gently" ritorna nel limbo etereo della prima metà del disco (riprendendo sul finale la tastiera di "Honey") laddove "So Hot (Wash Away All Of My Tears)" è una tipica ballata nello stile di Pierce, giocata su un piano ripetitivo che sembra arrivare dritto da Eric Satie.

A queste due oasi sonore segue la martellante "Suicide", distorto omaggio all'omonimo duo newyorkese, che per undici minuti travolge l'ascoltatore con feedback continui, finendo per anticipare le ossessioni di certo underground americano, dagli Oneida ai Black Mountains passando per i Comets On Fire.

A quel punto le sonorità quasi tra country psichedelico e gospel (una tecnica che Pierce utilizzerà spesso negli Spiritualized, specie tra i solchi di "Ladies And Gentlemen We're Floatin In Space" e "Amazing Grace") di "Lord Can You Hear Me?" sarebbero una conclusione perfetta non ci fossero -almeno nella mia stampa, che è la prima in cd su Fire: un' altra ve ne sarà per Space Age Recordings che raddiopperà il formato con demo e una cover di "Ché" dei Suicide- due potenti bonus track dal vivo, e se la prima è una "Suicide" ancora più efferata dell'originale, la seconda è una reprise di "How Does It Feel?" intitolata "Repeater" che pur non raggiungendo le vette del già citato e.p. "Dreamweapon" è abrasiva e lisergica quel tanto che basta da chiudere in bellezza il cd.

Apparentemente questo è un disco troppo "di culto" per poter essere definito una "pietra miliare", ma la sua influenza sotterranea continua a farsi sentire ancor oggi senza che -per fortuna- sia divenuto di moda citarli a ogni occasione: cosa chiedere di più?

 

 

Pietra miliare: Pere Ubu - The modern dance

                                                         
                                                              Pere Ubu

                                                         The modern dance

                                                         1978 - Geffen

                                      pere ubu modern dance


Subito gruppo di punta insuperato della prima new wave (quella vera, per intenderci), i Pere Ubu furono la metà “collettiva” della carriera di Thomas e, prima di dedicarsi del tutto ad una personale ipotesi di musica patafisica, nel pieno rispetto della propria ragione sociale, si concentrarono per breve tempo sul garage tradizionale trasfigurandolo in senso avant e sublimandolo in uno dei massimi capolavori del rock di sempre. La “danza moderna” degli Ubu è un commuovente psicodramma dell’era industriale, dove la componente tribale del rock classico degenera in un ballo forsennato di anime devastate che si agitano sotto un cielo apocalittico, raggelato da folate radioattive e tormentato dai soliloqui spiritati di vagabondi nevrotici. A cementare il difficile equilibrio fra i repentini sbalzi d’umore dell’album (che spazia da vagiti free-jazz a brutali scampoli di musique concrète, da irresistibili ballabili garage a laceranti introversioni di synth) un beffardo umorismo surreale e, soprattutto, l’eclettico istrionismo vocale del leader, che gigioneggia fra le macerie congedando l’ascoltatore con quella straordinaria prova di cabaret espressionista chiamata Humour me, apologo definitivo sull’assurdità dell’esistenza umana in formato disco-music. Imprescindibile.   

Alex Armosino

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 04 Gennaio 2010 23:19 )

 


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