disco artsta/band genovese

Temple of Deimos

Temple of Deimos

Temple of Deimos

Elevator Records

Temple of Deimos

 

Finalmente alla luce il primo lavoro su lunga (ma non lunghissima, circa 35 min) durata dei genovesi Temple of Deimos, atteso nell’ambiente indie ligure (ma non solo) fin dai tempi degli ottimi White Ash, progetto fondato  sulla figura dominante di Fabio Speranza, vocalist e chitarrista con solido background stoner, in particolare i maestri Kyuss e i derivativi Queens of the Stone Age.

I Temple ne sono il naturale proseguimento, o meglio l’evoluzione, in quanto il nuovo corso prevede un’ottima miscela tra quello che era il credo della precedente band con  sonorità più vicine a certo grunge primordiale, il tutto arricchito da intermezzi acustici quando non psichedelici o lo-fi. La voce di Speranza è una delle novità sostanziali che cattura immediatamente  l’orecchio:  meno potente rispetto al passato, ripulita da eccessi di raucedine alla John Garcia , si fa largo tra i riff chitarristici al fulmicotone e un’ottima sezione ritmica (Federico Olia al basso, Andrea Parigi e lo stesso Speranza alla batteria)  granitica ed esplosiva; a tratti ricorda l’Al Wilson dei Canned Heat (quello che cantava On the road again e Going up the country, i due brani più celebri della band), in altre circostanze il Chris Cornell più raffinato.

Si parte con la spigolosa Super transistor, chitarra nervosamente frippiana e ritmiche spezzate , che precede un trittico che già da solo vale il prezzo del biglietto (anzi, del dischetto…) . It’a beautiful when I die e  Fields of  berries sono brani notevoli da neppure due minuti e mezzo, che incorporano la sostanza dell’album: due piccoli classici a loro modo, laddove il connubio tra la potenza sincopata di basso e batteria e la voce solo apparentemente esile di Speranza raggiunge un equilibrio vicino alla perfezione. More heavy for a big tornado, forse l’apice dell’intero lavoro, si sviluppa su solide basi heavy che rimandano a Blue Cheer e ZZ Top e contiene un intermezzo psichedelico che sembra provenire direttamente da qualche session Grateful Dead prima maniera: sette minuti tutti da gustare. L’attacco hendrixiano di We dont know riconduce ai canoni di stile classici della band, che con Oh Hellen tocca nuovamente livelli notevoli di ispirazione e groove, ben evidenziati nel video diretto da Enrico Olia visibile sul myspace della band. La sabbathiana Talk about slaughter prosegue un percorso che con Ipnotic impression, quasi a voler spezzare l’omogeneità dell’album, si tuffa in meandri kraut/lo-fi, cosiccome il bozzetto acustico Fleart impression si inserisce tra un’epica Segnor bang, un’interlocutoria aliceinchainsiana When the clown never smiles e la conclusiva Gulp me down che ospita la particolare ugola di David Lenci. La struttura della track-list sembra voler omaggiare uno dei capolavori di sempre, lo stratosferico Zen arcade degli Husker Du.

Bravi Temple of Deimos, un esordio (anche se alcuni pezzi hanno già qualche annetto ed erano stati pubblicati sull’EP Damage) decisamente riuscito, che emoziona e a tratti entusiasma; niente di particolarmente nuovo dal punto di vista stilistico e delle sonorità, sia ben inteso. Ma cosa possiamo rimproverare ad una band italiana  (ah, è una band italiana?) che in epoca di post e indietroniche varie, malinconie neocantautoriali, utilizzo spudorato di sonorità eighties  e ambient a tonnellate propone un disco di sano e sanguigno rock’n’roll, che parte da Palm Desert e attraversa Seattle, San Francisco, il Minnesota e il Texas per terminare nel vecchio continente con puntatine a Birmingham , Londra e Colonia?

Roberto Giannini

 

 

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 06 Maggio 2010 07:28 )

 

Sfregio

Zabbaglioni e rock'n'roll


sfregio




Primissimo disco per questa band nata nel 2008 e composta da Seth alla voce e alla chitarra, “Ylme” alla batteria, “Grinder” al basso e “Doctor Rock” alla chitarra solista.

Il loro genere è il “Porno Alcholic Thrash’n Roll”: riff degni dei Motorhead con accelerate e colpi di cassa tipici del thrash metal; il tutto supportato da liriche demenziali ma non scontate.

Storie di notti fatte di alcol, sesso, “Zabbaglioni” (basta guardare la copertina per capire di che si tratta): i testi sono così spontanei che immediatamente risultano "vissute" davvero da band. L’album alterna pezzi veloci, con riff al fulmicotone (esempio  “Una splendida giornata..” , “Skeggio!” e la title track), a brani più lenti come “Tutta colpa di tua madre” (che è acustica), “Ogni sera un morto” o in “Non mi credi”; quest’ultima  parla di una storia d’amore, dei problemi di coppia (veramente insoliti), con evidente influenza da “Don’t Cry” dei mitici Guns ‘n Roses, brano che negli infuocati live degli Sfregio non si può fare a meno di cantare con gli accendini accesi.

Altro pezzo degno di nota è “Racco nel casco”, da cui è stato estratto un singolo; a chi non è mai capitato di guidare la moto ubriachi marci e vomitare nel casco  inseguiti dalla polizia, dopodichè bersi altri 2 o 3 Negroni con un amico?

Ma non basta.. questi ragazzi ci stupiscono ancora con “Porco XXX”, purtroppo censurata, ma che dal vivo rende molto meglio ( per ovvi motivi), con il riff  più bello del disco.

In generale questo inizio per gli Sfregio promette molto bene, dato che il disco presenta pezzi originali, con ottima musica, che testimonia la buona tecnica dei suoi componenti: qualità non altissima di registrazione, ma potrebbe essere una scelta voluta, per mantenere quel sound “grezzo” che caratterizza le thrash band.

Dopo averlo ascoltato una o due volte, impari subito le canzoni a memoria e ogni volta è sempre una risata!

Complimenti ragazzi! Continuate così!

MetalSte (chitarrista Hydra)

Track list:

  1. Intro

  2. Una splendida giornata (con gli Immortal)

  3. Racco nel casco

  4. I fiori nel culo

  5. Quanti gatti hai?

  6. Ogni sera un morto

  7. Ti sfiotto in faccia

  8. Non mi credi

  9. Zabbaglioni e Rock’n Roll

  10. Skeggio!

  11. Il diarreone

  12. Miss Poison

  13. Porco XXX

  14. Tutta colpa di tua madre

Ultimo aggiornamento ( Martedì 16 Marzo 2010 18:25 )

 

Daedalus - The never ending illusion

Daedalus -The never ending illusion

cover daedalus

 

Ottima, l'attesa seconda prova dei genovesi Daedalus, autori di un prog-metal piuttosto originale e tecnicamente ineccepibile; ovviamente i riferimenti e le influenze sono facilmente riscontrabili: Gentle Giant, Yes e soprattutto i King Crimson periodo Larks' tongues in aspic sul versante prog, Dream Theatre e Rush sul versante metal.
Il disco, della durata di un'ora circa e privo di riempitivi e/o cali di ispirazione, è piuttosto granitico ed omogeneo, grazie agli ottimi arrangiamenti di Andrea Torretta (uno dei migliori chitarristi del panorama metal italiano), alla sezione ritmica dirompente ed eclettica di Fabio Gremo e del drummer Davide La Rosa, dei tappeti sonori di Giuseppe Spano. La voce andersoniana di Davide Merletto si inserisce sapientemente in un tessuto strumentale poliritmico e non convenzionale, rendendo fruibile la proposta del quintetto ad un pubblico eterogeneo, non limitato agli appassionati del genere.
Da segnalare la presenza di ospiti illustri quali il vocalist Roberto Tiranti (Labyrinth) e Alessandro Corvaglia della Maschera di Cera.
Il disco è prodotto e distribuito su scala planetaria e ci auguriamo possa riscontrare il successo che merita

Ultimo aggiornamento ( Martedì 22 Dicembre 2009 00:06 )

 


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