Edward Macan, Rocking the Classics. English Progressive Rock and the Counterculture (Oxford Press, 1997)
Recensione e approfondimento di Riccardo Storti
L’estate è – almeno per me – la stagione migliore per dedicarsi allo studio; i latini lo chiamavano “otium”, ma, se vogliamo, anche un po’ “negotium”, in quanto ne approfitto spesso per mettere carte in bottega, in vista del corso di Storia della Musica Popolare Contemporanea all’Unitre di Genova Sampierdarena. Funziona così, ormai, da ben 30 anni.
Questa volta il tutto sa un po’ di celebration, data la cifra tonda, ed è un po’ il coronamento di un lungo viaggio che, iniziato nel 1996 con i compositori nazionalisti russi dell’Ottocento, arriva oggi all’amatissimo progressive rock; per la cronaca il titolo è Il Progressive britannico (1966-1974) – Quando il rock ha incontrato la musica classica (e non solo).
Come è ovvio, un corso non lo si prepara una settimana prima dell’inizio delle lezioni, così la pausa estiva è pronuba per mettersi sotto e cogliere l’occasione al balzo per destinare tempo, magari, a quei testi che, da troppi anni ormai, sono lì: mi guardano e chiedono di essere affrontati una volta per tutte ma, soprattutto, per bene. Con metodo (libro, quadernino, matita e penna).
Uno di questi è il mitico Rocking the Classics. English Progressive Rock and the Counterculture di Edward Macan, saggio fondamentale per chiunque voglia assorbire la complessità strutturale e eclettica del progressive rock. Il Macan resta un punto di riferimento fondamentale sempre valido, nonostante siano trascorsi quasi 30 anni (uscì nel 1997). Dando subito un’occhiata all’indice si toccano con mano la concretezza saggistica e gli input per le mie future lezioni, che stanno germogliando con fruttuosa convinzione.
Come forse alcuni di voi già sanno, non esiste (ancora) una traduzione italiana del Macan e ciò è un vero peccato, però, se siete in possesso di un Inglese almeno scolastico e non vi manca la curiosità, il libro vale l’avventura.

Per quanto riguarda l’elaborazione del mio corso, mi sono concentrato maggiormente sugli aspetti più legati al settore strettamente musicale: la prefazione e il capitolo introduttivo (The Birth of Progressive Rock) sono un’ottima base che parte da lontano e arriva alla centralità beatlesiana, considerata starter evolutivo per la nascita e l’evoluzione del genere. So che questa è una parte, secondo alcuni critici, assai discutibile: non sono pochi quelli che contestano a Sergeant Pepper’s una paternità primigenia del progressive, ritenendola addirittura sopravvalutata, visto che, per ammissione stessa di Paul McCartney, quell’album – sicuramente capitale nella storia di tutta la musica – non era un concept album. Sinceramente, però, tale impostazione non è affatto un punto debole: Macan si serve della leva beatlesiana per fare emergere una continuità di linguaggio musicale già nei primi lavori di Moody Blues, Procol Harum, Nice e Pink Floyd, senza trascurare l’apporto della tradizione musicale classica da Bach ai maestri del Novecento storico.
Nello sviluppo della sua trattazione, Macan approfondisce prima di tutto l’aspetto musicale (The Progressive Rock Style: The Music), passando in rassegna certi apparentamenti con le forme classiche (perché ebbero successo le suite?), le novità legate a melodia, armonia, ritmo e colore e al peso del virtuosismo. Il viaggio prosegue veramente a 360° perché si toccano l’importanza dell’aspetto “visivo” connesso al genere – legato sia alla spettacolarità live, sia semplicemente alle copertine (The Progressive Rock Style: The Visuals) – e i riferimenti letterari ai testi (The Progressive Rock Style: The Lyrics). Si arriva quindi a un capitolo tosto ma necessario; il titolo è già un programma (Four Different Progressive Rock Pieces) e lì vengono passate in rassegna quattro pietre miliari che, per differenze e analogie, Macan ritiene paradigmatiche: Tarkus degli E.L. & P., Close to the Edge degli Yes, Firth of Fifth dei Genesis e l’album Wish You Were Here dei Pink Floyd. In Related Styles, invece, il musicologo pone confronti e intersezioni tra il progressive e altri sottogeneri (jazz-rock, folk-rock e hard-rock) nonché movimenti (il minimalismo e diversi settori del repertorio contemporaneo connessi all’elettronica e all’avanguardia). Il resto del volume è destinato ad aspetti extramusicali (A Sociology of Progressive Rock e The Critical Reception of Progressive Rock) e su questo, comunque, Macan continua a dimostrarsi prolifico per concetti, tesi e analisi; efficace la coda conclusiva rivolta a quel che rimane del progressive dalla metà degli anni Settanta a oggi (Progressive Rock After 1976 e Postlude).
Chi volesse leggere il Macan, sappia che su Archive.org è presente ma, al momento, non pare sia disponibile al prestito. Sulle varie piattaforme di bookselling è acquistabile ma solo in formato ebook.
Per il resto, chi desiderasse il cartaceo, può sperare di trovarlo su qualche bancarella (ma ho dei dubbi che lo si possa scovare il Italia…) o in rete (sì, su Amazon qualcosa c’è…). Buona caccia…










