Best album of 2017 by Diego Curcio (with comments)

di Redazione, pubblicato il 4 gennaio 2018

Continuiamo a pubblicare i best of 2015 man mano che ci arrivano. Album, libri, film, brani e non solo, votati dai redattori Metrodora, da amici e simpatizzanti, dai portali internazionali e da chiunque abbia voglia di mandare i top 10 all’indirizzo redazione@metrodora.net

Qui di seguito pubblichiamo la classifica dei primi 10 album del 2017 secondo il giornalista Diego Curcio, autore di biografie musicali e grande conoscitore di punk-hardcore. Come di consueto, il mitico “giornalista del punk” non ha lesinato i suoi commenti ironici, disco per disco, antipasto di quello che potete sentire regoralmente durante la sua trasmissione HelloBastards molto seguita sulla webradio gazzarra.org

Ecco qui di seguito la sua lista dei 10:

 

by Diego Curcio.

Giorcelli mi ha talmente setacciato la minchia con sta storia della classifica dei dischi del 2017 che ho buttato giù, senza starci troppo a pensare una lista di 10 titoli (cercando di ricordarmi cosa sia uscito quest’anno e cosa l’anno scorso, quali dischi vecchi abbia ascoltato e quanti dischi nuovi abbia comprato). Il risultato è il solito elenco di roba ignorante, che se va bene piace solo a me.
Mi scazza solamente per almeno tre o quattro album che sono finiti tutti idealmente all’undicesimo posto a pari merito e che quindi non si trovano in questa lista per un soffio; ma come dice il ragionier Ugo Fantozzi alla Pina quando rientra dalle lezioni di biliardo: sì, è la vita! Dalla classifica ho tolto scientemente ristampe o raccolte (altrimenti rischiavo di mettere solo vecchiume). Bando alle ciance ecco la CLASSIFICA DEI 10 DISCHI DEL 2017 in ordine più o meno sparso, ma non sempre:

Mr. T Experience – King Dork Approximately

Aspettavo questo disco da anni, ma che dico anni: decenni e settimane. A parte tutto, quando ho saputo che Dr. Frank avrebbe resuscitato i MTX e dato alle stampe un nuovo lp dopo quasi 3 lustri me la sono fatta letteralmente sotto dalla paura. Il precedente “Yesterday rules”, diciamoci la verità, è una mezza ciofeca e chi ce l’ha come me lo tiene per mero completismo e affetto. Questo “King Dork ecc”, invece, è un gran disco. Davvero. Ci sono ottime melodie, pezzi un po’ più tirati e altri molli ma ben scritti e si sente il guizzo del vecchio Frank, che tanto ci aveva fatto innamorare 20 anni fa. Power-pop e punk-rock, naturalmente, restano le coordinate principali. Ma c’è anche un po’ di pop-rock alla vecchia maniera. Un ritorno coi fiocchi.

Capitalist Kids – Brand damage

I Capitalisti Kids del mio amico Jeff hanno pubblicato indubbiamente il loro album migliore e se non fosse uscito quello dei Mr. T “Brand damage” sarebbe in cima al podio. Anche qui si battono i territori del pop-punk e del power-pop, con una predilezione più per Elvis Costello che per i Ramones. Jeff sa scrivere canzoni veloci e super melodiche, alternando testi impegnati che parlano della situazione socio-politica americana a brani d’amore. Il disco perfetto dell’era Trump.

Downtown Boys – Cost of living

Tra i miei gruppi hardcore preferiti in assoluto ci sono i Downtown Boys: una band devastante dal vivo (li ho visti un anno e mezzo fa a Imperia e devo ancora riprendermi). Uno dei loro pregi più grandi è l’essere riusciti a trovare un suono così originale ma al tempo stesso familiare che ha davvero pochi eguali fra i gruppi contemporanei. Testi in inglese e spagnolo, che parlano di cosa sia oggi l’America e di come sia ancora attuale lottare e resistere per i propri diritti, tentando di cambiare il mondo. Nessuna velleità, solo sincerità, attitudine e urgenza. “Cost of living” è un filo meno dirompente del suo predecessore “Full Communism”, ma resta un disco in cui punk e hardcore trovano un originalissimo modo per stare insieme. Ma se seguite questo blog scalcinato avrete già letto la recensione del disco.

Dalton – Dei malati

Anche in questo caso parliamo di un secondo album che arriva dopo un esordio capolavoro, il fantastico “Come stai?” e quindi “Dei malati” resta, per forza di cose, un gradino sotto quella meraviglia. Detto questo siamo comunque di fronte a un album stupendo, da imparare letteralmente a memoria. Questa splendida formula a base di oi!, pub-rock, punk, folk e cantautorato spinto rende i Dalton una band unica ed eccitante. L’inizio è fulminante, tanto che “Gaia” sembra una b-side di “Come stai?”. E poi c’è un altro inno come “La dose fa il veleno” e un gran pezzo dal super riff come “Estate”. Non mancano neppure qui le cover che non t’aspetti, da Tenco ai più “allineati” Pogues. Pochi brani, solo sette purtroppo, ma tutti da sentire 100 volte al giorno, senza stancarsi.

She Said What?! – Demichelis

Eccolo qui il mio duo proferito. Anna e Manuela (anche se a volte dal vivo la sostituisce Bernardo) sono due tipe toste delle mie parti, che suonano una sorta di punk lo-fi acido ma al tempo stesso melodico, che mi fa letteralmente uscire di testa. Dopo qualche anno di stop, hanno ripreso a suonare da circa 12 mesi e hanno appena sfornato un disco (per ora solo su cassetta, presto anche su vinile) che è una delle robe più belle che abbia ascoltato in questi anni. L’album è una specie di concept (non pretenzioso) sulla prima repubblica e contiene pezzi come “Demichelis”, Sigonella, “Craxi”, “Fanfani” e “Love party” (ok li ho detti tutti). Il tutto suonato alla velocità della luce, come della Bikini Kill ridotte all’osso (batteria, basso distorto e due voci che si rincorrono in un botta e risposta strepitoso) alle prese con le cover dei Dead Kennedys. Un groviglio di ironia, minimalismo punk e melodie malate e stridule. Uno sballo.

Human Race – Negative

Gli Human Race arrivano da Roma e spaccano i culi. Sono una band totalmente derivativa (punk ’77 a manetta fra Boys, Buzzcocks, Weirdos, Germs e gruppi minori californiani). Ne ho parlato giusto il post scorso e quindi credo sia superfluo riscrivere le stesse cose. Però sappiate che questo pezzo di vinile è uno di quei classici dischi che, se amate certi suoni, faticherete davvero a mettere da parte. E’ come un the best of o una summa della prima scena punk, con quel suono secco e abrasivo, un rock’n’roll imbastardito da distorsori marce e melodie storte. Una goduria.

Leisfa – Liturgie di fallimenti e sconfitte

Anche i Leisfa, come le She Said What?! e tra poco i Goonies sono genovesi. E anche loro, come tutti gli altri, sono miei amici. Vi sembro campanilista? Ma non diciamo cazzate: questo è soltanto culo, misto a un pizzico d’intelligenza nello scegliere le persone con cui passare il proprio tempo libero. Luca e i suoi fantastici amici (questo il nome per esteso della band) si sono guadagnati sul campo i galloni e con questo terzo disco (se si conta come secondo il loro split con gli Essere) raggiungono la piena maturità. I Leisfa sono una band hardcore granitica, composta da ragazzi sui 25 anni (quindi giovani, dai), che è riuscita a trovare un sound personale, nonostante il genere. In questo “Liturgie di fallimenti e sconfitte” i ritmi sono leggermente più lenti rispetto ai primi album, ma ci sono comunque muri di chitarre in tempesta, canzoni furiose e testi introspettivi e carichi di pathos. Gippy ha una voce perfetta, tagliente, sporca e capace di raggiungere vette di cattiveria inaudita. Uno dei migliori gruppi hardcore italiani degli ultimi dieci anni (consigliatissimi anche dal vivo).

Goonies – Connessi e soli

Ed eccoci nuovamente ai Goonies (di cui parlo anche nel post precedente). Senza stare troppo a ripetermi Ippo, Matteino, Buddy e Albe suonano un punk-rock in italiano superveloce e melodico sullo stile di Monelli, Ignoranti e Fichissimi. I sei pezzi di quest’album sono uno più bello dell’altro, scorrono come birra ghiacciata nel gargarozzo e non smetteresti mai di ascoltarli.

Heroin In Tahiti – Remoria

Ogni volta che esce un disco nuovo degli Heroin In Tahiti finisce, puntualmente, nella mia classifica di fine anno, perché anche se questo duo romano di musica strumentale è, sulla carta, parecchio lontano dai mie classici ascolti, ogni volta che mi imbatto in qualche loro produzione finisco per andarci a bagno. Forse a farmi andare via di testa è il fatto che una volta messa la puntina sul primo solco inizia un viaggio ipnotico da cui è difficile tornare indietro. “Remoria”, grazie ai suoi richiami mediterranei, assomiglia più a “Sun and violence” che a “Death surf”, il disco che mi aveva fatto innamorare di loro. Ma resta comunque un album pazzesco e inteso, un disco dall’incedere tribale, con echi di musiche antiche in sottofondo. Un vinile da ascoltare completamente strafatti sul divano mentre si beve pastis. Nel caso foste straight edge o troppo vecchi come me per certi vizi, “Remoria” funziona ugualmente. Magari con le luci basse e il cuore sincronizzato sui battiti della musica.

The Minneapolis Uranium Club – Live at Arci Taun

A causa della mia proverbiale ignoranza mi sono perso la prima e unica data italiana dei Minneapolis Uranium Club l’anno scorso a Fidenza. Ma grazie ai “colleghi” di Sottoterra ho potuto riparare, almeno in parte, a quest’errore. Perché sotto il marchio della rivista che ho la sventura di dirigere è uscito questo bel vinile nero, in cui è stato immortalato, grazie a una registrazione di ottima qualità, quello storico concerto. Dentro questi solchi c’è tutta la forza dirompente e dissonante dei MUC: un mix fra Devo, garage, punk e kraut da due soldi. Musica rumorosa ridotta all’osso: un viaggio cosmico a bordo di una motoretta scassata.

articolo originale su: http://huskercore.blogspot.it/2017/12/10-dischi-del-2017.html

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