Antonio Pellegrini – Miles Davis in Italy – recensione
Antonio Pellegrini, come scrittore musicale, ha molte frecce nel suo arco, intanto perché è un cantautore e musicista, quindi è mosso, prima di tutto, dalla passione; quindi, quando abbandona la chitarra, prende la penna e si mette dietro al flusso di quanto vuole scrivere. Ci conosciamo da qualche anno, eppure mi è bastato poco per accorgermi del suo sano eclettismo, trasmessomi dai diversi libri su Queen e The Who, oltre a una storia del blues.
In più depone a suo favore una scelta di campo assai specifica, credo quasi unica nell’editoria nazionale: prendere in rassegna un gruppo, raccontarne storia e discografia e poi ricostruire i passaggi live in Italia. Lo ha fatto per i Queen e per gli Who, pertanto “squadra vincente non si cambia”, così Pellegrini è ritornato in libreria con una scommessa che per alcuni potrebbe sembrare azzardata, ma che è sicuramente coraggiosa: Miles Davis in Italy (pubblicato da Ortica Editrice).
Cosa non è stato scritto ancora di questo controverso protagonista della musica del Novecento? Fosse stato solo un jazzista. E, comunque, non mi pare che qualcuno abbia mai scritto riguardo alle puntate italiane di Miles Davis.
Al di là di ciò, siamo al cospetto di un gigante. Partendo dalla sua tromba, Davis ha sempre agito con un’attitudine sperimentale a 360°, flirtando con ogni genere, spesso mosso da input umorali ma con prospettive estetiche, comunque, sempre lucide e precise. Come accadeva nel cinema di Kubrick, anche Davis trasformava – irreparabilmente? – quel che toccava: ogni etichetta lambita dal suo sound, dopo non era più la stessa (un punto di non ritorno). Pensiamo solo alla svolta elettrica fine anni Sessanta che, di fatto, ha messo al mondo il jazz-rock e, molto più tardi, la fusion. Tutti figli di papà Miles.
Questo – e molto altro – emerge a chiare lettere dal volume di Pellegrini che, nella prima parte del suo saggio, ripercorre una sintetica biografia discografica, suddivisa in agili capitoli attraverso cui il lettore incontra altri protagonisti della scena jazzistica. Si evince che la storia del jazz dal 1926 al 1991 ha in Davis un ripetuto e multiforme punto di snodo.
I dischi vengono narrati con stimolante sintesi: pochi dettagli ma forieri di pungoli, innescati dalla curiosità testuale; è un po’ come se Pellegrini fosse lì a indicarci il vinile nei nostri scaffali per farcelo riprendere in mano e posarlo sul piatto del giradischi perché c’è di più da ascoltare (magari utilizzando la lente biografica).
Si aggiunga che questo è anche un libro per chi vorrebbe conoscere Miles Davis da zero in quanto l’autore ha il dono di sapere trasmettere il giusto passo da tenere nelle perigliose manovre di avvicinamento al musicista, ricco di contraddizioni e dal carattere per niente facile.
E poi c’è la seconda parte, l’Italia: tutti i concerti dal 1956 al 1991 raccontati sulla base di una profonda ricerca giornalistica da parte di Pellegrini; il nostro ha passato al setaccio il meglio di quel che si poteva estrarre dalle cronache dell’epoca e, anche in questo caso, la selezione va di pari passo con una prosa leggibile, fedele ad un’ideale antologia critica davisiana, sostenuta da firme autorevoli (Fayenz, Polillo e altri). Chiudono il testo un paio di interventi d’appendice che arricchiscono la qualità del volume (le interviste italiane, il ricordo dei familiari, le testimonianze di Paolo Rustichelli, Bobby Broom e Robben Ford, un inserto sul jazz-rock in Italia).
Un ultimo breve appunto da segnare in agenda: Antonio Pellegrini presenterà il libro a Genova presso la Libreria Feltrinelli (Via Ceccardi) il prossimo 19 febbraio 2026 alle ore 18. Una buona occasione per incontrare il saggista, prendere in mano il volume e sentirne il peso insieme alle parole del suo autore.
Riccardo Storti (articolo originale sul blog Asterischi di Musiche)









