Relikt: Дрэва жыцця – L’albero della vita – recensione e streaming

di Elisabetta Verdemonte, pubblicato il 10 Gennaio 2020

Oggi vi voglio parlare di un gruppo che proviene dall’est Europa, in particolare dalla Bielorussia: i Relikt. Mi è capitato di sentirli per la prima volta un mesetto fa, facendo delle ricerche sui dischi usciti nella zona, e secondo me sono meritevoli d’attenzione.

Lo stile del gruppo richiama progressive rock, post metal, art rock e alternative rock. Buona parte del loro repertorio (se non tutto) è costituito da antichi brani popolari bielorussi rivisitati in stile rock. Nel farlo sfruttano in modo creativo percussioni ed effetti per chitarra, mescolandoli sapientemente con campionamenti di suoni della natura, creando una sonorità ricca e particolare.

Nell’autunno del 2019 i Relikt hanno presentato il sesto disco, dal titolo Дрэва жыцця (L’albero della vita). L’Albero della Vita è un simbolo conosciuto in molte culture; ciascuna di esse lo chiama con nomi diversi e gli attribuisce significati mistici, ma tuttavia ha un ruolo simile in tutte: è considerato la sorgente della Vita. Rappresenta in modo perfetto il ciclo a cui ogni essere vivente che esista sulla terra è sottoposto: la nascita, lo sviluppo e la morte; il percorso è uguale per tutti, nessuno escluso.

Il leader del gruppo, il batterista Aliaksandr Dziemidzienka dice che il nuovo album parla delle dicotomie fondamentali della vita umana: la vita e la morte, il bene e il male, la fine e l’inizio. Dà all’albero anche un significato particolare: la connessione con la propria terra e le proprie radici.

“Noi vogliamo che le canzoni cantate dai nostri antenati, nonni e nonne, non spariscano, ma continuino ad essere ascoltate ai festival, nei club e sugli iPad; che il nostro albero genealogico, l’albero genealogico del nostro popolo, non rinsecchisca, ma continui a buttare nuovi germogli.”

Aliaksandr Dziemidzienka, batterista del gruppo

I 10 brani che compongono il disco sono stati scelti dai musicisti attraverso una lunga ricerca di composizioni folkloristiche antiche bielorusse, poco conosciute e rare. La consulenza storico-scientifica del disco è stata prestata dalla storica e specialista in cultura tradizionale ed etnografa Alena Liaškievič e dalla specialista in canto etnico Iryna Mazuk. I testi di alcune canzoni risalgono addirittura al 14° secolo e parlano della guerra del Granducato di Lituania (che si estendeva sui territori dell’attuale Bielorussia) contro il Khanato dell’Orda d’Oro, un regno tataro-mongolo.

A parte gli effetti speciali della chitarra e le percussioni multiformi, ormai diventati un marchio del gruppo, nelle nuovi canzoni si possono sentire strumenti insoliti per lo stile rock. Il più atipico è una steel tongue drum, strumento metallico che possiede vere e proprie lingue d’acciaio, ognuna calibrata in modo da produrre una nota diversa, fatta a mano e accordata fuori dagli standard della musica contemporanea; figurano poi un flauto bielorusso, uno xilofono e una fisarmonica.

A parte la strumentazione, l’album si può definire internazionale. Alla sua registrazione hanno contribuito il fisarmonicista Aliaksandr Yasinski (Praga), la cantante del gruppo Ilo & Friends Ilo Karpiuk (Belastok, Polonia), e una figura importante dell’underground bielorusso-polacco: Jerzy Osiennik, che ha cantato in una delle canzoni ed ha realizzato l’immagine di copertina del disco.

Influenzata da questo disco, ho fatto una ricerca sul folk genovese, ma a parte Fabrizio De André non sono riuscita a trovare materiale particolarmente interessante: solamente canzoni da osteria oppure musica a sfondo comico, come i Buio Pesto. È un peccato che sempre meno giovani conoscano e parlino genovese, associandolo ad un parlato “da nonno” e condannando così il dialetto locale a morire lentamente, assieme alla propria storia e cultura. Mi piacerebbe ricevere qualche segnalazione dai lettori al riguardo: avete qualche suggerimento per musica da ascoltare in genovese?

Fonti / per approfondire:

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