Stefano Gilardino: Storia del punk – recensione

di Diego Curcio, pubblicato il 3 Dicembre 2017

Minchia che botta! Ho appena finito di leggere La storia del punk di Stefano Gilardino, pubblicata da Hoepli una quindicina di giorni fa e, scusandomi in anticipo per la mia proverbiale lentezza (sono 349 pagine scritte fitte, piene di box e praticamente senza fotografie, comunque) sono pronto a dirvi cosa ne penso. Partiamo dal giudizio tranchant – che condivido – scritto alcuni giorni fa da Tony Face, che aveva definito il libro “monumentale”: un aggettivo che calza a pennello a questo volumone viola e nero, che si prefigge l’arduo compito di ripercorre la parabola del punk in tutte le sue declinazioni, dai primi vagiti sino ai giorni nostri. Una storia lunga non 40 anni, come potrebbe sembrare a prima vista (l’anno zero di questa sottocultura è fissato, di solito, fra il 1976 e il 1977), ma almeno mezzo secolo, visto che il periodo di tempo preso in esame da Gilardino parte dalla seconda metà degli Anni Sessanta, quando si sono formati i primi gruppi proto-punk o garage o come diavolo vogliamo chiamarli (Velvet Underground, MC5, Stooges e le band poi raccolte nella compilation “Nuggets”). Un manipolo di eroi che, fra incoscienza e genialità, ha pubblicato alcuni dischi imprescindibili, che mescolavano suoni abrasivi, rock’n’roll, disperazione urbana, imperizia tecnica e violenza sonica; album e singoli capaci ancora oggi di rovesciarti le budella. Ecco, secondo me sta proprio qui – fuori dal punk “canonico” e nelle sue mille derive sotterranee – la forza di questo libro. Perché al di là della necessità di assolvere fino in fondo al compito che il volume si prefigge a partire dal titolo, i momenti più eccitanti de “La storia del punk” sono proprio quelli che paradossalmente c’entrano meno con Sex Pistols, Clash, Ramones e i numi tutelari per eccellenza. Sia chiaro, Gilardino compie uno sforzo immane per nominare (senza accontentarsi del semplice catalogo) tutti, ma proprio tutti i protagonisti passati e presenti di questa epopea musicale che doveva durare lo spazio di un attimo – vi ricordate il no future? – e che oggi viene persino celebrata a livello istituzionale, come un fenomeno di costume ampiamente storicizzato. Ma visto che l’autore di queste 349 pagine ha vissuta sulla propria pelle il punk ed è un divoratore onnivoro di musica “irregolare”, in più di un’occasione cita scene e sottoculture che hanno preparato il terreno al punk o che sono cresciute ai suoi margini, si sono alimentate delle sue scorie tossiche e sono diventate qualcos’altro. E così se i capitoli dedicati alla New York del CBGB’s o alla Londra che brucia di noia, alla rivoluzione individuale degli Husker Du e al revival degli Anni Novanta sono punti cruciali di questa bellissima storia (ad arricchirli ci sono citazioni, curiosità succose e discografie consigliate), a farmi palpitare maggiormente il cuore sono state le incursioni del libro in terreni meno battuti, ma contigui al punk. E quindi la storia dei già citati gruppi “proto” dei sixties, la vicenda ai limiti della sfiga dei New York Dolls, il capitolo sul glam (ok, devo ancora leggere il libro di Raynolds, ma wow!), le pagine sul power-pop e quelle sulle contaminazione punk oltre la musica (fanzine, film, libri, giornalismo ufficiale). Molto interessante (anche dal punto di vista quantitativo) il blocco finale dedicato all’Italia. Certo, chi segue il punk e negli ultimi 15 anni non si è perso neppure una delle ormai tantissime pubblicazioni a tema uscite nel nostro Paese (direi che il capostipite è “Costretti a sanguinare” di Philopat che risale addirittura a 20 anni fa) conoscerà già alcune parti della storia qui raccontate – come quelle più classiche – ma è anche vero che persino i più scafati non hanno mai potuto contare su un volume onnicomprensivo, che provasse a mettere in fila tutte le vicende che hanno costruito questo racconto e le infilasse dentro un discorso unico e critico, nel tentativo – riuscito in pieno – di sviluppare un’analisi complessiva della storia. I neofiti invece – se esistono ancora ragazzini capaci di appassionarsi al punk invece che alla trap – troveranno finalmente il loro Santo Graal.
E poi diciamocela tutta: “La storia del punk” è un libro davvero ben scritto. Perché è anche questo che rende preziosa questa pubblicazione: Gilardino, come sa bene chi lo segue sin dai tempi di Rocksound o chi ha letto il suo libro precedente (l’indispensabile “100 dischi ideali per capire il punk”) è un ottima penna e non è cosa da poco, di questi tempi. Il suo stile non è una bieca imitazione “gonzo” della critica rock d’assalto alla Lester Bangs – che io venero, sia chiaro – ma è asciutto, semplice e al tempo stesso carico di passione. Una chiarezza fondamentale per potersi districare in un racconto pieno di subordinate e incroci musicali particolari, che in mano ad altri rischierebbe di trasformarsi in un guazzabuglio senza senso o, peggio, in una masturbazione intellettuale.
Un altro pregio di questo libro “monumentale”, poi, è la voglia matta di comprare dischi che ti instilla sin dalle prime pagine (e io mi dichiaro vittima consapevole e felicissima vittima di questo complotto). Perché, anche se avete a casa una buona collezione di album e singoli punk (e derivati), state pur certi che Gilardino saprà trovare qualche incredibile buco che sarete costretti a coprire al più presto. Io stesso, che in anni più spensierati ho dilapidato interi stipendi in cd e vinili, mettendomi in casa persino alcuni lp e cd discutibili pur di completare discografie e riempire le classiche casella degli album da avere a tutti i costi, ho dovuto aggiornare per l’ennesima volta la lista de dischi da comprare, che distribuirò ai miei parenti in vista di compleanni, Natali, onomastici e anniversari. Questo per dimostrarvi in che stato assoluta beatitudine possa ridurvi la lettura de “La storia del punk” di Stefano Gilardino. Un lungo viaggio che vale la pena percorrere.

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