John Doe & Tom DeSavia: Storia vissuta del punk a Los Angeles – recensione

di Diego Curcio, pubblicato il 3 ottobre 2017

Va bene, la copertina e il titolo di “Storia vissuta del punk a Los Angeles” di John Doe e Tom DeSavia, appena uscito per Giunti, lasciano un po’ a desiderare: perché la cover sembra quella di un diario scolastico da quattro soldi e perché, mentre il libro, in originale, citava lo splendido terzo disco degli X “Under the big black sun”, qui invece si è preferito buttarla sul didascalico. Detto ciò lungo le 250 pagine di questo volume imprescindibile – tradotto molto bene da Andrea Valentini – si racconta una delle storie più ingiustamente sottovalutate del primo punk: la scena di Los Angeles. Naturalmente non dico che della California di fine Settanta e primi Ottanta non si sappia un gran che e che John Doe sia arrivato a illuminarci la strada con questo suo bel volume (anche perché il libro – ma poi lo vedremo – non è certo quel che si può definire un testo con delle velleità storiche). Ma a essere onesti bisogna anche ammettere che su New York e Londra, e sui primi vagiti di quel tipo di punk delle origini, si è scritto in lungo e in largo in questi anni e sono tantissime le pubblicazioni che analizzano ciò che è accaduto fra il 1975 e il 1980 in quelle due città simbolo. Per ricostruire il punk di Los Angeles invece – soprattutto in Italia – ci si è sempre dovuti affidare più ai dischi che ai libri. Germs, X, Go-Go’s, Flesh Eaters, Gun Club, Alley Cats, Fear, Zeros e le tante band che, tra il ’76 e il ’77, hanno cominciato a infuocare i locali malfamati e gli scantinati più lerci e polverosi della città degli angeli hanno lasciato, per fortuna, una fitta discografia a cui poter attingere, senza doversi svenare. Quello che mancava era qualcuno che mettesse un po’ di ordine in mezzo a tanta musica stupenda.
Già perché, secondo il mio modesto parere, la scena punk californiana (e quindi non solo di Los Angeles, ma anche di San Francisco) di fine Settanta-primi Ottanta resta uno degli apici dell’intero movimento. Quella miscela speciale e unica di rock’n’roll marcio e malato, musica delle radici, violenza e pop-art allucinata mi hanno conquistato sin da ragazzino, quando ho avuto il mio battesimo del fuoco con “Los Angeles” degli X. Quindi, diciamo che l’attesa per la pubblicazione di questo testo fondamentale era tanta. E le aspettative, almeno per quel che mi riguarda, non sono state tradite.
“Storia vissuta del punk a Los Angeles” non è, come accennavo prima, un libro storico. Dentro non ci troverete quindi una ricostruzione minuziosa, con tanto di date e discografia consigliata di quella scena particolarissima e devastante. L’approccio di John Doe e Tom DeSavia è più emozionale, che “accademico”. Ogni capitolo del libro raccoglie la voce di un protagonista di quei giorni (dagli stessi due autori, che intervengono più volte, a Harry Rollins, Mike Watt, Exene Cervenka, Jane Wiedlin delle Go-Go’s, Chris D. ecc ecc). Un collage di esperienze e punti di vista differenti sul medesimo periodo, che hanno il merito di costruire una sorta di storia orale del primo punk di Los Angeles. Naturalmente all’appello manca tantissima gente (per esempio sarebbe stata interessante una testimonianza degli Screamers, uno dei gruppi più citati in questo volume e una delle band più eccitanti del periodo, nonché fra i pochissimi a non aver inciso alcun disco ufficiale). Ma “Storia vissuta del punk a Los Angeles” resta una lettura piacevole ed eccitante, piena di aneddoti e micro storie che si incrociano. Soprattutto, in questo libro, emerge una punto di vista interessante e assai condivisibile sui confini temporali (e non solo) della prima scena punk della città degli angeli, rispetto all’esplosione dell’hardcore.
Se ci fate coso, poco prima, ho fatto un breve elenco dei gruppi punk di Los Angeles e non ho citato, volutamente, Black Flag, Minutemen e più in generale tutto il giro SST di cui, comunque, in questo volume in parte si parla. Quelle band – anche se i primi Black Flag forse restano una cosa a parte – sono molto diverse, dal punto di vista musicale e attitudinale, da X, Zeros, Screamers e compagni; una seconda generazione di punk losangelini – quella dei surfisti delle vicine periferie e della violenza cieca sopra e sotto il palco – che ha pochissimo a che fare con chi li ha preceduti. E nel libro, di queste differenze, si parla chiaramente e senza troppi giri di parole. Se il primo punk di Los Angeles privilegiava un approccio più artistico e personale, più aperto, ma anche satirico e in un certo senso politico e intellettuale, l’hardcore che aveva iniziato a insinuarsi e che poi ha sostituito quella scena, mostrava un’attitudine più muscolare e senza compromessi. Non è un caso che, a parte rare eccezioni, nessuno della prima scena punk si trovò coinvolto in quella hardcore, come se ci fosse stato una sorta di passaggio di testimone (non del tutto indolore). Anzi, in un certo senso sembra proprio di trovarsi di fronte a due controculture completamente diverse e con pochissimi punti in comune. Una serie di riflessioni che mi sono sembrate molto simili a quelle lette qualche anno fa in una delle guide pratiche di Rumore sulla storia del punk italiano scritte da Luca Frazzi. Glezos, uno dei pionieri del punk di casa nostra, spiegava in poche ed efficaci parole la differenza fra primo punk e hardcore: “Avvertimmo che il cambiamento portava a una cosa che c’era già stata. L’hardcore per noi è sempre stato visto come una cosa da hippies”. Una storia molto simile a quella accaduta a Los Angeles, salvo che in quel caso, forse, gli hippies erano proprio i primi punk. Anche a Londra e a New York c’è stato un passaggio di testimone fra la prima scena e quelle che sono venute dopo, ma in entrambi i casi la linea di demarcazione è stata meno netta o comunque meno problematica rispetto alla frattura che si è venuta a creare a Los Angeles e, con le dovute proporzioni, anche in Italia: nella capitale inglese dalle ceneri del punk è nato il post-punk, mentre l’hc è sempre stato un fenomeno più marginale (a parte il filone crassiano e anarcho che però è tutta un’altra storia); all’ombra della Statua della Libertà invece prima dell’hc di fine Ottanta ci sono stati la no wave e il noise che hanno comunque spinto l’acceleratore più sull’approccio artistico, intellettuale e avanguardistico, che sul tono muscolare della musica. Vabbè, forse mi sono un po’ perso. Comunque “Storia vissuta del punk a Los Angeles” è un gran bel libro: procuratevelo alla svelta.

 (clicca qui per leggere l’articolo originale, su http://huskercore.blogspot.it/)

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