Simon Reynolds – Polvere di stelle – recensione

di Diego Curcio, pubblicato il 28 febbraio 2018

Ho appena finito Polvere di stelle di Simon Reynolds – pubblicato a inizio autunno in Italia da Minimun Fax – e non è stata una lettura facile e del tutto appassionante. Mi c’è voluto più di un mese e mezzo – intervallato da un bel po’ di fumetti incredibili come l’intera epopea di Kagemaru Den – per terminare questo tomo di 660 pagine sul glam. E, in tutta franchezza, devo ammettere che mi aspettavo qualcosa di diverso. Per carità, forse ho sbagliato io buttarmi a capofitto su questo libro sperando di trovare pagine e pagine sul revival glam degli ultimi anni (Giuda, Cozy, Starcrawler, Slick, Dr. Boogie e Fatz Waltz) e confidando di poter finalmente leggere qualcosa su quei gruppi “minori” della scena inglese che, nella prima metà degli anni Settanta, hanno sfornato decine e decine di singoli bollenti e incredibili, per poi scomparire misteriosamente. Insomma ho fatto l’errore di sperare che Reynolds oltre a raccontarci la storia di campioni come David Bowie, T-Rex e Alice Cooper parlasse anche, in maniera diffusa, del junckshop glam (che è come il punk killed by death, cioè quello più oscuro e sfigato, che, proprio per la sua essenza effimera e perdente, ci ha regalato alcuni pezzi bellissimi e indimenticabili). Invece a questo particolare argomento il libro dedica appena due o tre pagine, con pochi consigli e soprattutto pochissime storie. Va ancora peggio per il revival glam (o forse sarebbe meglio dire: per il nuovo glam), che Reynolds associa a Lady Gaga e a tutti quei cantanti americani mainstream che fatico davvero a mettere nella stessa famiglia di T-Rex e co. Ora, i Giuda saranno anche di nicchia (e italiani), me ne rendo conto, ma mi pare un po’ azzardato, quando si parla del glam contemporaneo, tirare fuori i nomi di Kesha e di altre cagate simili e non citare neppure per sbaglio tutte quelle band underground che hanno iniziato a suonare un rock’n’roll pestone e melodico, rifacendosi alle gesta degli Sweet, dei Bay City Rollers, dei Mott The Hoople e appunto del junckshop glam.
“Polvere di stelle”, essendo un libro di Reynolds, ha naturalmente un’impostazione molto intellettuale e cerca di trattare la materia in modo organico e globale, fra citazioni colte di filosofia, letteratura e sociologia. E fin qui tutto bene, anche perché non è che se parli della musica della strada e del proletariato – com’era una parte di glam inglese se pensiamo, per esempio, agli Slade, che personalmente adoro – devi per forza abbandonare ogni pulsione intellettuale e rifiutare a priori un’analisi più approfondita, elaborata ed erudita. Anzi, farlo – come in parte avviene in questo libro – offre senza dubbio una serie di spunti interessanti e rende ancora più avvincente la lettura. Insomma, in questo Reynolds non delude certo i suoi “fan” (me compreso).

david bowie

david bowie

Ma è la scelta musicale dell’autore che mi sento di criticare (lo so che può sembrare grottesco che un cretino come me critichi il grande Simon Reynolds e quindi, forse, è meglio che concludiate qui la lettura di questo post; chi invece intende farsi del male o non vede l’ora di prendermi giustamente per il culo vada pure avanti). Secondo me “Polvere di stelle” assomiglia più una biografia di David Bowie, o forse sarebbe meglio dire a un trattato o addirittura a un atto d’amore nei suoi confronti, che a un libro sul glam. Reynolds non si limita a parlare della fase legata a Ziggy Stardust e Diamond Dogs, quella appunto “glam” del Duca Bianco (soprannome che tra l’altro riguarda un’altra sua evoluzione, ma vabbè, famo a capisse’), ma parte dalla giovinezza dell’artista – quando ancora non aveva scritto neppure una canzone – e arriva fino alla pubblicazione di “Blackstar” e alla suo morte. Il tutto, naturalmente, intervallato dalle storie di altre icone glam come Marc Bolan, Alice Cooper, i Mott, gli Slade e tutto il campionario. A mio modesto parere , però – ma forse sono io ad aver sbagliato libro – parlare così diffusamente di Bowie – compreso il suo soggiorno parecchio incasinato in California o il suo periodo berlinese – ha portato Reynolds decisamente fuori tema. Anche perché se avessi voluto leggere una biografia di David Bowie me ne sarei comprata una. Ma questo, cazzo, doveva essere un libro sul glam! Poi certo, come ho già detto, si parla dei New York Dolls, dei Roxy Music (in questo caso, per fortuna, anche assai diffusamente) e di tutti i gruppi “classici” del genere. Di band un po’ più sfigate, ma decisamente importanti per la diffusione e la canonizzazione del glam come Bay City Rollers e Mud, invece, si fa giusto qualche timido cenno. E’ come se Reynolds avesse voluto privilegiare i gruppi di cui, bene o male, la gente sa già parecchie cose, lasciando nella loro oscurità la band meno conosciute. Eppure è anche lì che si trova l’essenza di questo genere musicale. Come se in un libro sul punk si parlasse soltanto di Clash, Sex Pistols e Ramones; certo, bisogna raccontare diffusamente le loro storie perché sono i gruppi che hanno maggiormente incarnato il punk soprattutto agli occhi del grande pubblico, ma poi occorre dare il giusto spazio anche Descendents, Adolescents, Boys, Chelsea, Adverts e a tantissime altre formazioni di cui difficilmente ci si imbatte a un primo approccio, ma che in realtà hanno costituito le basi del punk.

roxy music

roxy music

La parte finale del libro, quella sul “nuovo glam”, è stata senza dubbio la più faticosa. E associo la scelta di Reynolds di tirare in ballo Lady Gaga e Kanye West a quell’impulso che hanno molti critici musicali “puri” di guardare con curiosità e interesse a qualsiasi evoluzione del music business. Reynolds, che è partito dal punk e dal post-punk, non si è fermato alla musica che ascoltava nella sua adolescenza come ho fatto io e come fanno molti semplici appassionati, ma un po’ per lavoro e un po’ per interesse culturale è andato oltre. Diciamo che, pur essendo più vecchio di me non ha i miei stessi paraocchi e non si fa ingabbiare da alcuna barriera di genere. E forse è anche per questo che è uno dei critici musicali più stimati in circolazione. Io però, pur leggendolo con profondo interesse, preferisco un approccio più sanguigno e scorretto alla Lester Bangs, che – forse complice la sua prematura scomparsa – è rimasto fedele alle proprie radici – soprattutto a quelle del rock – e non ha risparmiato critiche a certe “evoluzioni” musicali. Reynolds è sempre aggiornatissimo; non perché debba esserlo per forza,. ma perché quella è la sua natura. Ascolta con piacere tutte le trasformazioni dell’hip hop e della nuova scena elettronica, è avanti anni luce e per uno come me, che da vent’anni, a parte qualche piccola apertura, sente praticamente la stessa musica, rappresenta senza dubbio una lettura stimolante ed esotica. Difficilmente però riuscirà a emozionarmi e a rimestarmi le budella come Lester Bangs (ma questo è un altro discorso)

lady gaga

lady gaga

In conclusione: a me Simon Reynolds piace (“Post-punk” e “Retromania”, per ragioni diverse, sono due libri che ho amato moltissimo e che ritengo dei capolavori), ma “Polvere di stelle” mi sembra meno a fuoco rispetto ad altri sui lavori. Pensavo di trovarci qualcosa di meno “canonico” (ma questo è soprattutto un problema mio) e non ho condiviso alcune scelte. Detto questo è un libro ben scritto e con centinaia di spunti e suggestioni interessanti. Leggendolo ho scoperto delle band che non conoscevo come i Mud, di cui sono corso immediatamente a comprare i dischi. Speravo solo in un approccio più underground.

 (clicca qui per leggere l’articolo originale, su http://huskercore.blogspot.it/)

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