Area: progressivi di periferia – riflessioni, analisi, influenze e discografia ragionata

di Riccardo Storti, pubblicato il 5 Marzo 2021

*Introduzione. La sperimentazione “eccentrica” a 360°

Se il “centro” è l’establishment discografico, gli Area prediligono la periferia o, utopisticamente, vorrebbero far sì che la “marginalità” della loro musica possa farsi “centro” propulsore di idee. Area si propone come “International Popular Group”, quindi come “area” di lavoro e sperimentazione ad ampio raggio (eccolo il “centro” o il “cerchio”).

Estremismo musicale = Estremismo dei contenuti: le “aree dell’esperienza umana” ci vengono incontro; è sufficiente ascoltare (e leggere) il loro primo disco Arbeit Macht Frei, più che un “prodotto musicale”, un manifesto, anche “iconico”, per nulla “ironico”. Non solo musica ma soprattutto Consapevolezza ai richiami della Storia [Luglio, Agosto, Settembre (Nero)… lo stesso titolo dell’album] e ad una “pedagogia” di difesa dall’alienazione.

Alienazione: discorso caro agli Area con il secondo disco (Caution Radiation Area); su tutti il profetismo mediatico di Lobotomia (sigle televisive distorte dal VCS3) sino alle visioni di un compromesso storico planetario raccontato nell’ultimo disco di Stratos e C., 1978 (il brano è Vodka Cola).

Dal linguaggio delle idee a quello dei “suoni”

Oltre il pop, attraverso le propaggini più estreme del jazz (free), della “classica contemporanea” (avanguardia, serialismo, atonalismo, rumorismo, musica aleatoria) e della musica popolare mediterranea (ethnos vs folklore da cartolina; ritmi “barbari” vs cantabilità di facile ascolto).

Penso dunque s(u)ono: aree di sperimentalismo (ovvero ingredienti del prodotto)

–           Il vocalismo di Stratos

–           Il jazz rock su scale (medio)orientali con ritmi balcanici

–           La musica come happening (La mela di Odessa live in Areazione), collegamento con le esperienze di aleatorietà di Cage (Event ’76)

–           Il rumorismo di sintesi

–           Suonare i tamburi come un jazzista tuareg: il drumming di Capiozzo.

Costanti (scostanti) di un itinerario discografico:

arbeit macht frei

1. Arbeit Macht Frei (1973): oltre il disco, il “manifesto”, l’icona. L’esordio di chi vuole tentare veramente un’”altra” strada, percorsi accidentati su mappe studiate: Storia attuale [Luglio, agosto, settembre (nero)] e metastoricità di frasi assurte a categorie (Arbeit Macht Frei). Ma anche la musica: ritmi balcanici, melodie mediterranee, riff tra jazz e rock. All’epoca ci si limitò a scrivere che questi Area erano gli ideali prosecutori italiani di quanto i jazzisti trasversali inglesi (Ian Carr e Nucleus, Soft Machine) stavano “buttando giù” ltremanica: un po’ poco per completare un quadro assai più complesso.

caution radiation area

2. Caution Radiation Area (1974): due defezioni: Busnello lascia e con lui Patrick Djjvas che andrà a suonare nella PFM. Al suo posto Ares Tavolazzi. L’esercizio si fa più estremo, quasi al limite dell’incomunicabilità: sotto questi auspici nasce Caution Radiation AreaCometa rossa riprende la sinuosità orientaleggiante di Luglio, agosto, settembre (nero), arricchito dall’omaggio vocale di Stratos alla terra di origine, la Grecia, che è anche un messaggio di affrancamento da qualsiasi diktat («Cometa chiudi la bocca e vattene via/Lascia che sia io a trovare la libertà»). Da qui parte un viaggio irto di momenti musicalmente difficili, perché “difficile” deve essere la lingua che racconta scomode verità quali lo sfruttamento (ZYG Crescita Zero) e l’alienazione (Brujo). Sino al culmine (attualissimo) di Lobotomia dove un VCS3, pilotato abilmente da Tofani, passa in rassegna le “siglette” del Sistema e, leggendo anche le “precauzioni” nelle note, ci accorgiamo che i tempi non sono cambiati di molto, alla radice del problema e del suono.

crac!

3. Crac (1975): Non fermarsi davanti a nulla e continuare a crederci. Nella frase di Buenaventura Durruti, posta ad epigrafe del disco, ci sono già tutti gli elementi di un “militantismo” programmatico, una scelta di campo ancora maggiormente precisata, puntualizzata. Opporsi, sapere di essere dalla parte del giusto con intelligente e razionale ottimismo («Guarda avanti non ci pensare/la storia viaggia insieme a te» – L’elefante bianco) e, soprattutto, agire («Districar le regole che/non ci funzionano più per spezzare/poi tutto ciò con radicalità» – L’elefante bianco). Il messaggio non esclude nessuno («Suono per te che non mi vuoi capire» – Gioia e rivoluzione) ma è soprattutto forte: è il caso di dire che non “sono solo canzonette” e che anche la musica può avere una sua trazione culturalmente eversiva («Il mio mitra è un contrabbasso/che ti spara sulla faccia…/ciò che penso della vita/con il suono delle dita si combatte una battaglia»).

La musica, appunto: dove la “voce” si deve fare sentire, lo stile è più comunicativo, un rock (apparentemente) facile (Gioia e rivoluzione); altrove si tentano veri e propri esperimenti radicali (Area 5) con rispettabili compagni di strada e d’avanguardia (Juan Hidalgo e Walter Marchetti). La padronanza dei vari linguaggi musicali emerge nettamente: gli Area giocano con accenti funky (La mela di Odessa), riprendono le amate scale orientali su sincopati (L’elefante bianco), creano riff poliritmici di ascendenza jazzistica (Megalopoli e Nervi scoperti) e frasi di ampio respiro per interessanti inserti solistici (Implosion).

are(a)zione

4. Areazione (1975): Il live per eccellenza, il “meglio di” fuori dagli studi, in una cornice “concertistica” in cui comunicatività e alta qualità vanno a braccetto. Da antologia la versione jazzistica dell’Internazionale.

maledetti (maudits)

5. Maledetti (Maudits) (1976): Un concept dichiarato fino dalle premesse (“Progetto-concetto”), attualissimo, a quasi 30 anni di distanza, nonostante l’approccio “fantasocio-politico”. Dal punto di vista musicale va aggiunto che, mai come in questo disco, il gruppo si sia manifestato una vera e propria AREA aperta a collaborazioni esterne; la sezione ritmica originaria (Tavolazzi-Capiozzo) si alterna ad una più giovane (Calloni-Bullen), il parco percussioni si arricchisce di presenze particolarissime (i fratelli baschi Arzaniac e l’inglese Paul Lytton), al sax il jazzista free Steve Lacy. L’armamentario etnico, già copioso, si accresce (il kazumba suonato da una promessa del jazz italiano, Eugenio Colombo), così come quello elettronico di Tofani (dal VCS3 passa al Tcherepnin). In più, come se non fosse sufficiente, un quartetto d’archi dall’insolita disposizione (violino, viola, violoncello e contrabbasso). Colpiscono le irresistibili virate funkeggianti di Diforisma urbano, i vertici solistici di Fariselli al synth in Gerontocrazia e al pianoforte in Scum, l’espressività vocale di Stratos nell’incipit di Giro, giro, tondo, l’approccio sperimentale di Caos (parte seconda).

event ’76

6. Event ’76 (1976): prodotto da Claudio Rocchi e Tofani, Event 76 è un particolarissimo live, tenutosi nell’Aula Magna dell’Università Statale di Milano in formazione ridotta (Stratos, Fariselli e Tofani, coadiuvati da Steve Lacy al sax e Paul Lytton alle percussioni, già attivi nelle session di Maledetti). Perché live “particolarissimo”? Ma perché, più che di un concerto, si trattò di un happening. L’ispirazione venne da John Cage ed è lo stesso Patrizio Fariselli a raccontarci come nacque quella “ben strana serata” (cfr. “Contrappunti” a. I, n. 4).

1978: gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!

7. 1978 (Gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano): Ultimo atto. Per alcuni lo zenit qualitativo degli Area, sicuramente una testimonianza fondamentale, quasi un’eredità contenutistica: i tempi cambiano ma i “temi” no; il riflusso è dietro all’angolo, proprio per questo non bisogna abbassare la guardia e lo sguardo. Libretto ricchissimo di riflessioni/citazioni nel bene e nel male – ma anche al di là – (il poeta-bandito arabo Shànfara, Nietzsche, Breton, Freud, Sofocle, Aragon, Rousseau, Lacan). Pensare che nel 1978 il progressive era dato per morto: questo disco, al contrario, rivela invece una prospettiva realmente “progressiva”, capace di varcare e travalicare inutile steccati in nome di una capacità creativa senza precedenti. Si intravedono percorsi musicali già battuti, ma posti sotto una luce “nuova”: pensiamo al sound arabeggiante de Il bandito del deserto e di Interno con figure e luci, alle atmosfere uniche di Return from Workuta, al free jazz di Guardati dal mese vicino all’aprileFFF e di Ici on dance!, alla mediterraneità sonora di Hommage à Violette Noziéres sino all’ironia calcolata di Acrostico in memoria di Laio e di Vodka-Cola (con tanto di gruppo punk al coro!).

arbeit macht frei – interno cover apribile

Musicisti: Anton e José Arze (percussioni) 5; Hugh Bullen (basso elettrico) 5; Edouard Busnello (sax e ance) 1; Walter Calloni (batteria) 5; Giulio Capiozzo (batteria e percussioni) 1-7 (minus in 6); Eugenio Colombo (kazumba) 5; Patrick Djivas (basso elettrico) 1; Patrizio Fariselli (tastiere e clarinetto basso) 1-7; Steve Lacy (sax) 5-6; Paul Lytton (percussioni) 5-6; Demetrio Stratos (voce solista, organo Hammond) 1-7; Ares Tavolazzi (basso, contrabbasso, trombone, mandola) 2-7 (minus in 6); Paolo Tofani (chitarre e VCS3) 1-6.

Percorsi, tentativi paralleli e fiancheggiatori nell’Italia Prog degli anni Settanta:

Gli Area sono certamente un unicum nel panorama musicale italiano, pertanto cercare di scorgere “alter ego” può rivelarsi impresa difficile. Vale la pena, comunque, tentare di tracciare una rete di connessioni con esperienze musicali affini, partendo da quella diversificazione di approcci che hanno connotato la storia degli Area.

Gli Aktuala

– Il jazz: verrebbe da dire, “c’è jazz e jazz” e il jazz rock italiano vede negli Area una delle espressioni più radicali e particolari. In questo senso (scartando l’infinito rimando di consonanze e dissonanze con gruppi storici quali Perigeo e Napoli Centrale), potrebbe essere interessante (proprio per affinità) rivedere la parabola di un gruppo torinese, i Dedalus. Se con il primo LP omonimo (1973), sembrano rifarsi alla fusion albionica, nel 1974 radicalizzano ulteriormente il proprio orientamento compositivo, rivolgendosi al settore della musica contemporanea con Materiale per tre esecutori e nastro magnetico. Ethnos mediterraneo, suggestioni sperimentali contemporanee e istanze jazzistiche free trovano il loro compimento nei difficili dischi della compagine milanese degli Aktuala (Aktuala 1973, La terra 1974 e Tappeto Volante 1976), la cui sensibilità non è molto lontana da quella dei Nadma (Uno zingaro di Atlante con un fiore a New York 1973). Prossimi  per ispirazione anche gli I.P.Son Group.

Arti e Mestieri

In Cramps affinità jazzistiche possono essere scorte nella produzione degli Arti e Mestieri, la fiorentina Bella Band; elementi di continuità con gli Area sono evidenti anche nella produzione del Picchio dal Pozzo (pensiamo ad un brano come La città contenuto in Camere Zimmer Rooms), mentre l’attitudine per le virate free si perpetua in un gruppo romano di fine anni Settanta, i Cadmo, dove suonò (“e il caso non è inventato”) Massimo Urbani.

Franco Battiato (foto tratta da https://musicitaly70.blogspot.com/ )

– Sperimentalismo ed elettronica: citare Franco Battiato? Troppo facile? Più che lui, in verità, alcuni fautori di simili sperimentazioni che hanno visto il siciliano in cabina di regia: ci riferiamo all’Albergo Intergalattico Spaziale e al Telaio Magnetico (in entrambi l’ex Giganti Mino Di Martino e la compagna Terra Di Benedetto; nel secondo l’ex Aktuala Capra Vaccina), oppure alla produzione solista di Roberto Cacciapaglia.

Franco Falsini

Sicuramente vicino alla mentalità degli Area, per attitudine sperimentale (benché i risultati musicali siano ben diversi), il fiorentino Franco Falsini e i suoi Sensation’s Fix.

Più vicini al repertorio contemporaneo gli Opus Avantra (che alternano volentieri momenti di cantabilità pop) e l’estensione coreografica di Katharsis.

francesco currà

– La politica: dirla tutta, sino in fondo, senza paura. Tale atteggiamento non è lontano, anche “geograficamente”, da quella rosa di nuovi cantautori che, proprio dalla seconda metà degli anni Settanta, si affaccerà sulla scena italiana, partendo dalle “officine” milanesi di suoni e di pensieri. Eugenio Finardi, Alberto Camerini, insomma il giro de Il Pacco, Enorme Maria, etc. fratelli minori di Rocchi e Stormy Six. A questi si aggiunga l’esperienza marginale e isolata di un genovese, di origine calabrese, Francesco Currà, il fresatore-poeta-musicista dell’Ansaldo, la cui Rapsodia Meccanica venne prodotta da Roberto Colombo. In questo disco (rarissimo) il tema della dialettica padrone/lavoratore viene trattata con strumenti di massima radicalizzazione (in termini sia testuali sia musicali).

Il Canzoniere del Lazio con Mauro Pagani (sulla destra, dietro a Siliotto)

– Esperienze etniche: più che esperienze parallele, addirittura connivenze e complicità finite su disco: ci riferiamo ai Carnascialia (coacervo di ingegni progressivi tra cui lo stesso Stratos, Pagani, Siliotto, Vivaldi, Giammarco, etc.) e al primo disco di Mauro Pagani dove in ben due brani suona la formazione di 1978. Sulla stessa lunghezza d’onda, va segnalato il Canzoniere del Lazio.

Al di là della denominazione di “International Group”, la dimensione creativa degli Area non è solo italiana ma, proprio per la ricchezza di collegamenti e di fermenti, può essere tranquillamente inserita in un discorso più ampio, per paradosso, diremmo, globale. Nella sapiente gestione di un caleidoscopico melting pot sonoro, gli Area assorbono influenze culturali di ogni tipo, rientrando in un filone particolare che vede, in Europa, particolari punti di tangenza con esperienze dai tratti comuni.

Nucleus (courtesy of Cuneiform Records)

Pur confermando l’unicum sin qui tracciato, gli Area non sono soli. Dell’ascendenza jazz rock britannica abbiamo già in parte discusso ed è quella che emerge già da un ascolto superficiale, ma proprio quei gruppi citati (Soft Machine, Just Us di Elton Dean e Nucleus di Ian Carr) provengono da un’area ben precisa, quella canterburiana, i cui frutti più estremi troveranno un’intelligente sintesi nel Rock In Opposition (RIO) degli Henry Cow (che erano però di Cambridge). Non solo: affinità elettive spiccano con il rumorismo di Hugh Hopper (1984), il pianismo free di Keith Tippett, i Centipede, In Cahoots, gli Isotope. Inoltre: come non considerare poi i Matching Mole?

Magma

Forti consonanze in sede jazz/contemporanea, riguardo all’utilizzo delle timbriche e delle ritmiche, sono evidenti con la scena progressiva francese: gli Atoll ma soprattutto gli Art Zoyd, gli Eskaton, gli Zao e i Dun, discendenti della dissonante teatralità Zeuhl dei Magma (altra band capostipite che, in termini di opzioni avanguardistiche, non può essere trascurata in un eventuale parallelismo con gli Area). Sempre in Francia, troviamo gli Asia Minor (già primi anni Ottanta) che, grazie anche all’origine turca di alcuni componenti, faranno largo uso di scale mediorientali nelle loro composizioni.

Can

Le attitudini elettroniche potrebbero, seppure molto indirettamente, rilevare una certa corrispondenza con quanto (più metodicamente e in maniera mirata) si stava tentando in Germania: i primi nomi che saltano in mente sono quelli degli Amon Düül, i Can, Ash Ra Tempel, i Cluster e Popol Vuh.

Paolo Tofani

Conclusioni

Cosa ci deve fare riflettere?

L’approccio degli Area è “colto” ma in ambito “popular”. Alcune loro composizioni erano più vicine ai Soft Machine o, per converso, a John Cage, che non ai “contemporanei” pop rock. Eppure gli Area, con questi ultimi, dividevano i palcoscenici dei raduni di massa, nonché gli scaffali nei negozi di dischi…

Quello degli Area fu un contributo “realmente” e “concretamente” progressivo all’interno della musica europea; indicarono un paio di  direzioni “comunicative” valide ancora oggi.

Ma attenzione al concetto di progresso nell’arte: rischia di fare più danni che la grandine… 

*articolo originale di Riccardo Storti a questo link

I contenuti di questo articolo sono in parte tratti dalla relazione presentata da Riccardo Storti in occasione del convegno “Suonare la voce” organizzato dall’Associazione Metrodora e tenutosi a Genova, presso il Teatro del Ponente, il 29, 30 e 31 ottobre 2004, pubblicati in seguito su “ContrAppunti” n° 2 anno II. Revisione del dicembre 2019.

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