Best album of 2015 by Diego Curcio (with comments)

di Roberto Giannini, pubblicato il 1 Gennaio 2016

Continuiamo a pubblicare i best of 2015 man mano che ci arrivano. Album, libri, film, brani e non solo, votati dai redattori Metrodora, da amici e simpatizzanti, dai portali internazionali e da chiunque abbia voglia di mandare i top 10 all’indirizzo redazione@metrodora.net

Qui di seguito pubblichiamo la classifica dei primi 10 album del 2015 secondo il giornalista Diego Curcio, autore di biografie musicali e grande conoscitore di punk-hardcore

1) Giuda – Speaks evil

giuda - speaks evil

2) Pears – Go to prison

pears - go to prison

3) Guantanamo Baywatch – Darling… it’s too late

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4) Mean Jeans – Singles

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5) Dalton – Come stai?

dalton - come stai

6) Heroin in Tahiti – Sun and violence

heroin in thaiti - sun and violence

7) Pool Party – Number one

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8)  I Fenomeni – Dodicesima dimensione

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9) Red Dons – The dead hand of tradition

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10) Nights Birds – Mutiny at muscle beach

night birds - mutiny at muscle beach

10 – Nights Birds “Mutiny at muscle beach”

Il primo disco su Fat Wreack – ma il terzo in carriera – di questa “nuova” hardcore band americana (che, lo ammetto candidamente e con un po’ di vergogna, non conoscevo) è una vera bomba. I pezzi scorrono uno dietro l’altro come tante staffilate; il suono è un mix fra Agent Orange e Dead Kennedys e la furia è quella dei bei tempi andati. Il revival hc americano degli Anni Ottanta, quando è onesto e sincero come in questo caso, riesce ancora ad avere un senso.

9 – Red Dons “The dead hand of tradition” 

Ancora hardcore vecchia scuola. E ancora un gruppo abbastanza recente (sono in giro da una decina d’anni). Forse questo non è il loro disco più bello, ma i Red Dons meritano di entrare in classifica, soprattutto perché ogni loro album è un piccolo grande evento. Anche in questo caso sembra di essere nella California di 30-35 anni fa. I numi tutelari sono gli Adolescents e il beach punk, anche se qui la componente politica ha un ruolo di primo piano. Ho scoperto questa band da pochi mesi e ho avuto la fortuna di vederla dal vivo: eravamo una ventina di persone e siamo rimasti tutti immobili, quasi ipnotizzati dall’intensità del loro set. Pochi fronzoli, una mezzora di musica tirata e melodica, con cori spaziali e brani evocativi. Questo è ciò che dovrebbe essere sempre l’hardcore.

8 – I Fenomeni “Dodicesima dimensione” 

Non sbagliano mai un colpo Franco, Matteo, Pier e Fabio. E anche se questo secondo lp suona un po’ diverso rispetto ai loro lavori precedenti (un album e vari singoli), “Dodicesima dimensione” resta comunque un disco da ascoltare e da avere a tutti i costi. Il beat dei primi tempi – un’operazione quasi calligrafica ma ricca di personalità portata avanti ormai da cinque o sei anni – si mescola a tutta una serie di nuove influenze che guardano all’India e al misticismo. Più che nel ’65, anno da cui idealmente i Fenomeni erano partiti, adesso sembra di essere approdati al ’67 o al ‘69, quando alcune band del periodo psichedelico e beat decisero di andare oltre quelle sonorità, rendendo più complesso e ricco il loro suono. Insomma, questo album sembra l’anello di congiunzione fra le melodie beat e i primi vagiti prog Anni Settanta. E il risultato è un concept che strizza l’occhio all’Inghilterra musicale più colta, ma anche alle band italiane più coraggiose.

7 – Pool Party “Number one”.

Prendete quattro deficienti con il quoziente intellettivo di un criceto, rinchiudeteli dentro una stanza con uno stereo da quattro soldi, l’intera discografia dei Ramones e una ventina di fusti di birra a buon mercato. Il risultato sarà uno dei dischi punk-rock dell’anno: un concentrato di ignoranza, intriso di melodie ruvide e testi dementi. Una formula stra-abusata e alla base di decine e decine di dischi, ma che, in questo caso, raggiunge, senza sforzo, vette di sublime cialtroneria.

6 – Heroin in Tahiti “Sun and violence”

Che cavolo c’entrino gli Heroin in Tahiti con gli altri dischi di questa classifica è un mistero anche per me. Insomma, siamo onesti: da quasi 20 anni ormai, non faccio altro che ascoltare punk e hardcore e le incursioni in altri generi musicali sono davvero rare. Gli Heroin in Tahiti però sono sempre stati una bellissima e stranissima eccezione, per me. Un po’ come i Calibro 35, che da questa classifica sono rimasti fuori per un soffio (anche se forse meriterebbero almeno il decimo posto a parimerito). Descrivere quello che fanno gli Heroin in Thaiti è come ballare di architettura; soprattutto in questo doppio disco in vinile. Provando a fare uno sforozo e rischiando la supercazzola, potrei dire che la musica di questo duo di marziani a Roma assomiglia a una sorta di colonna sonora dell’Italia del sud Anni Sessanta. Un lavoro intenso e coltissimo, al limite della filologia. Un disco difficile e luminoso, sulle orme dell’etnomusicologo Diego Carpitella.

5 – Dalton “Come stai?”
Più passano i giorni e più mi rendo conto che avrei dovuto mettere questo disco almeno al secondo posto. Perché più lo ascolto più ci vado sotto. I Dalton sono l’ennesima band rivelazione in arrivo dalla Capitale, a dimostrazione di come la scena romana, in questi ultimi 4-5 anni, abbia saputo regalarci alcuni gruppi stellari come Giuda, Heroin in Tahiti e tutto il giro della Borgata Boredom, solo per fare qualche esempio. I Dalton però non c’entrano (quasi) nulla coi nomi appena citati; sono fondamentalmente un gruppo skinhead che al posto del classico oi! suona un vibrante pub rock di strada, con testi in italiano e grande gusto pop. Un mix assurdo ma perfetto tra Banda Bassotti, Gang, Dr. Feelgood e Antonello Venditti. II primo lato di questo vinile (con cd in regalo) è praticamente perfetto, grazie a melodie e riff da urlo e testi in bilico tra poesia di strada e sfacciataggine punk. Gli unici pezzi “deboli” (ma comunque da 7+) sono le due cover in inglese – una persino di John Lennon – a dimostrazione che i Dalton riescono a dare il meglio quando restano loro stessi; che oggi come oggi è un vero e proprio miracolo.

4 – Mean Jeans “Singles”
In parte, il discorso fatto per i Pool Party, potrebbe valere anche per i Mean Jeans. Ma il fatto che la band di Portland, recentemente approdata su Fat, occupi il quarto posto in classifica non è frutto di una decisione casuale. Dentro i solchi di questo bel vinile riepilogativo che raccoglie tutti i 7” pollici del gruppo, infatti, non c’è un pezzo – dico uno – che si possa considerare brutto o mediocre. Dall’inizio alla fine “Singles” si presenta come una compilation carica di bellezza pop-punk demente, senza un attimo di cedimento. Un concentrato di stupidità vorticosa che si insinua nel cervello e non ti molla più per un bel pezzo. D’altra parte i Mena Jeans sono una band geniale e folle allo stesso tempo: hanno esordito con un lp capolavoro e replicato pochi anni dopo con un disco di una bruttezza imbarazzante. In mezzo ci sono questi singoli sublimi. Che per nostra fortuna, oggi, possiamo ascoltare tutti d’un fiato in questa raccolta bellissima.

3 – Guantanamo Baywatch “Darling… it’s too late”
Adesso siamo in zona podio. E il terzo posto se lo aggiudica un disco che ho scoperto di recente (come la maggior parte degli album di questa classifica, peraltro). Fino a un paio di mesi fa infatti non sapevo neppure chi fossero i Guantanamo Baywatch, ma quando li ho visti all’opera al Teatro Altrove a novembre sono rimasto letteralmente folgorato. Le formazione è il classico terzetto, con una strumentazione che definire dilettantistica è un complimento, eppure i Guantanamo riescono nel miracolo di suonare furiosi e melodici come poche altre band in circolazione. La base dei loro pezzi è la musica surf, anche se suonata con irruenza e incoscienza punk. In questo disco però, la formula originaria fatta di suoni sporchi e ruvidi, lascia il passo a un surf-garage-punk più melodico, con qualche inflessione country. Quello che ne esce fuori è un gioiello di musica deviata e dolciastra come una cucchiaiata di metadone.

2 – Pears “Go to prison”
Ok lo ammetto: ho barato. Questo disco, in realtà, è uscito nel 2014, ma visto che la Fat l’ha ristampato quest’estate ho deciso di inserirlo comunque in classifica e di schiaffarlo persino al secondo posto. I Pears, il cui nome è scritto con gli stessi caratteri usati dai Fear (una delle mia band hc preferite), sono un gruppo immenso. Una delle poche band per cui vale ancora la pena ascoltare hardcore a 33 anni suonati. E scusate se esagero un po’. Ma insomma, io un gruppo così immediato e allo stesso tempo complesso era un po’ che non lo sentivo. Certo, anche loro fanno revival Anni Ottanta – volendo semplificare – ma a differenza di molte altre band (e ci metto dentro pure gli ottimi Night Birds , che occupano il decimo posto di questa classifica) i Pears sanno essere ironici e incazzati, pur sfornando pezzi incredibili. Un formula semplice ma perfetta, tra melodie granitiche e furia belluina. Cose belle.

1 – Giuda “Speaks Evil”
Ed eccoci arrivati al primo posto: un po’ scontato e un po’ no. Che i Giuda siano una delle mie band preferite di questi ultimi anni, infatti, non è un segreto. Ma questo terzo disco avrebbe potuto benissimo rivelarsi un passo falso o un’immensa ciofeca (e per qualche minuto ho pensato che fosse andata proprio così). Il fatto è che “Speaks Evil” non è un album da ascoltare una o due volte. Bisogna sentirlo almeno sette o otto volte per capirlo veramente; anche se si parla pur sempre di rock’n’roll e di glam. A differenza dei suoi due predecessori infatti questo disco è prodotto meglio e guarda con più interesse alle melodie “pop”. Anche se, state tranquilliu, il tiro è sempre lo stesso e i pezzi sono tutti e dieci (anzi facciamo nove, perché l’ultimo, “Bonhead waltz” proprio non lo digerisco) bellissimi. Ci sono due perle melodiche cantate da Moretti (la mia preferita è “It ain’t easy”, che strizza l’occhio al power-pop) che ho ascoltato per giorni interi senza mai fermarmi; ma non mancano neppure brani più classicamente glam, come in passato. Insomma per me questo è il disco dell’anno e i Giuda restano una delle band più eccitanti degli ultimi tempi.