Dalle poesie di Cristina Nico ai viaggi astrali dei Japanese Gum

di Roberto Giannini, pubblicato il 17 Luglio 2015

by Martino Serra (photos by Francesca Traverso)

Dire che il Festival è partito bene è banale, lo so. Ma è andata così. Cosa c’è di meglio in una calda serata di luglio se non un festival all’aria aperta, lontano dal traffico e circondati dal verde?

L’ansia della prima serata è passata, il primo test è andato e chi ha avuto l’onore di aprire il tredicesimo Festival delle Periferie è stata Cristina Nico, una delle cantautrici più in vista nel panorama del cantautorato ligure e con un Premio Bindi che odora ancora di fresco.

E’ salita sul palco un paio di minuti prima che io iniziassi l’iter cerimoniale di presentazioni e convenevoli d’apertura, gestendosi chitarra e pedaliera artigianale assemblata da lei, non solo in modo autonomo e disinvolto, ma col fare di chi ormai quei gesti sa che sono parte del suo mood quotidiano.

Il suo primo pezzo è stato proprio “Le creature degli abissi”, il brano che le ha permesso di battere tutti e vincere l’ambito premio per la canzone d’autore di Santa Margherita Ligure. Aveva un suo pubblico venuto apposta per lei, in brodo di giuggiole e il pubblico che non la conosceva ancora, ascoltava Cristina, i suoi testi, i suoi accordi, incantato. Era il tramonto e Cristina, con i suoi morbidi ricci ed il sorriso della nostra migliore amica, ha fatto in modo che questa giornata, dal palco di Villa Bombrini, portasse con gli ultimi raggi di luce le poesie più fantasiose velate di verità e malinconia anche a chi ancora non la conosceva. E non la dimenticheranno.

Intanto nel backstage, tra i rami degli alberi del retro palco, i Fumonero preparavano trucco e parrucco di scena, si aiutavano l’un l’altro scavando nella trousse tra i rimmel ed i mascara prendendosi in giro, ridendo e consigliandosi quale era la rasatura migliore. Chi diceva 2mm, chi diceva di non scendere sotto i cinque. Poi la band è salita sul palco, tutti tranne la voce, hanno iniziato qualche lieve accordo e nel giro di un minuto è entrato il frontman, Simone Seth, incappucciato come un losco assassino delle nebbie, con una maschera di cuoio che gli premeva naso e bocca e ha iniziato a saltare da un lato all’altro del palco e a spingere duro con la voce, la batteria ha dato potenza e così, basso e chitarre si sono lasciate andare e hanno reso l’idea di cosa vuol dire fare rock. Rock duro.  Hanno portato il pubblico a cantare con loro e anche chi non li conosceva, con voce incazzata, cantava ritornelli inneggianti l’indifferenza delle masse e l’annichilimento dell’uomo nella nebulosa società moderna, insieme a loro.

Qualche minuto di attesa nel cambio palco per i Proclama, dovuto al fatto che sono di ritorno da un grande tour, compreso il Pistoia Blues e le tempistiche di viaggio sono dilatate, quindi un piccolo sound ceck live in serata, prima di iniziare, ha dato l’idea della professionalità della band. Credo sia bello a volte per il pubblico assistere anche ai sound ceck, ci si rende più conto di come nasce la musica. Non tutti conoscevano ancora i Proclama, abituati a dividere il palco con Yo Yo Mundi, Marina Rei, Zibba, Statuto, ma il loro modo originale di proporre il pop rock ha raccolto nuovi fans nei campi verdi di Villa Bombrini, che poi non sarà stato differente da quello che li ha accolti nella fredda San Pietroburgo in Russia. No, forse lassù non avevano tutto sto caldo.

Che fossero due artisti diversi dagli altri, i Japanese Gum lo avevo inteso già nel backstage, al buio del retropalco, tra i rami degli alberi. Seduti nei tavolini chiacchieravano pacatamente, proprio come si fa quando si sta in un villaggio turistico in vacanza, due ragazzi fuori dal tempo insomma. Il tempo di scambiarsi qualche battuta per capire che facevano parte di un mondo a parte e la conferma la hanno data a tutto il pubblico una volta sul palco che è rimasto incantato, no estasiato, no, tutt’e due. Hanno chiuso questa prima serata del festival nel miglior modo possibile. Uno di fronte all’altro, divisi dai loro sintetizzatori e campionatori, trasparivano al buio, illuiminati da fioche luci colorate in uno sfondo di immagini psichedeliche e caleidoscopiche che avrebbero fatto sbarellare i sensi della realtà anche al Papa. I suoni del futuro dei Japanese Gum vibravano nel sangue, non c’era nemmeno bisogno di guardarli sul palco, bastava chiudere gli occhi, o meglio ancora guardare le stelle e volare nell’immenso della tridimensionalità dei suoni. Ma loro sono tutta un’altra storia. Loro sono il futuro. O almeno, quello che ci spinge nell’immaginario futuristico tre-punto-zero è racchiuso li, nei loro campionatori, nei loro sintetizzatori e chissà, molto più che probabilmente nelle loro cazzo di teste di geni del suono.

Ah..non è mica finita qui. Ci vediamo stasera. Stessa spiaggia, stesso mare. Ore 21.

Vi aspetto.

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