Francesco Guccini – Tre dischi e un ricordo

di Riccardo Storti, pubblicato il 9 Agosto 2026

Articolo di Riccardo Storti

Amerigo: 5a elementare, una mattina di primavera. Il maestro entra in classe ma questa volta ha con sé un disco e una fonovaligia. Sul disco vedo raffigurata una mappa geografica, ma una di quelle antiche. Lui è entusiasta, non sta nella pelle e ci guarda sorridente: “Ragazzi”… sì, ci chiamava già ragazzi, benché non avessimo ancora 10 anni… “Ragazzi, ieri ho comprato questo disco e vi voglio fare ascoltare una canzone bellissima…” Sempre lui (ancora ragazzo, visto che non aveva ancora 30 anni, aveva i capelli lunghi e a me ricordava un po’ Panatta, quello del tennis), come in un rito, appoggia il disco sul piatto che comincia a girare, abbassa la puntina… scroc, scric… quindi: “Probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde/ Qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’orzo.” Così, poco dopo quella “canzone bellissima” che ci fece vedere un’altra America, il maestro ci parlò di emigrazione, sfruttamento, lavoro duro e riscatto sociale. Il mio primo incontro con Guccini si chiamava Amerigo e, di lì a poco, scopersi che anche mio zio aveva quel vinile. Oggi è qui, a due passi da me.

Opera buffa: intorno ai 15 anni, provando a strimpellare la chitarra, ma inutilmente. Nella nostra compagnia di Manesseno (“quella della Soce”) c’era un ragazzo che le sapeva tutte, ma proprio tutte. E non mancavano quelle di Guccini, tra cui L’avvelenata che mi aveva fatto conoscere, invece, Luca, un mio cugino più grande: me la fece ascoltare come a quell’età si mostrava di nascosto una copia di Playboy. La imparai a memoria in pochi minuti, parolaccia per parolaccia. Solo ben più tardi compresi che quel testo non era così gratuito come poteva sembrare. Comunque con la chitarra non ne usciva una: ero troppo impedito. Ma Guccini continuava a piacermi.

Mi venne in soccorso un’amica, Lucia, generosissima: lei aveva tantissimi dischi, era sempre aggiornata e non esitava affatto a prestarmeli. E tra i Pink Floyd e Alan Parsons Project, un bel giorno, nella busta di Lucy Dischi, ci mise pure Opera buffa. Non ne avevo mai sentito parlare. Sempre Luca impazziva per Via Paolo Fabbri, 43, ma non mi aveva mai parlato di Opera buffa. Lucia mi avverte: “Guarda, non è il solito disco. Guccini parla tanto, racconta, c’è poca musica… sembra quasi cabaret.” E va bene. Bastò la Genesi a illuminarmi ( “Si chiami l’ Enel, sia fatta la luce!”). Ricordo che questa canzone, insieme a Il testamento di Tito di De André, mi diede più di un input per formarmi un’idea sulla religione che avevo già per la testa da quando fui cresimato. Insomma, avevo trovato qualcuno che, con parole più mirate, la pensava come me ma, per incapacità prefrontali, faticavo a formulare. E poi c’era il sesso, narrato con un’eleganza colta e al tempo stesso popolare: Il bello, Fantoni Cesira, Talkin’ sul sesso e, soprattutto, quel prestito folk che è La fiera di San Lazzaro, in cui si ergono come vette retoriche le glosse gucciniane. Che sveglia adolescenziale!

Album concerto: il live con i Nomadi al Kiwi di Piumazzo e al Club 77 di Pavana, anno 1979. La Rai lo trasmise praticamente in versione integrale. Lì toccai con mano un altro Guccini, quello addirittura più vicino alla sensibilità rock e blues (d’altra parte veniva da lì) e una complicità quasi unica tra un cantautore e una band, i Nomadi (cosa che in Italia si può scorgere solo nel binomio De André – PFM e quello – purtroppo senza esiti discografici – tra Branduardi e il Banco del Mutuo Soccorso). L’affabulatore mi aveva di nuovo conquistato soprattutto nel prologo di Statale 17, un vecchio lascito di Folk Beat n. 1 che qui diventa un bluesaccio d’altri tempi. Scoperta tarda per me, eppure, come avrete capito qui, uno dei dischi che ascolto e amo di più, forse per un’inedita cifra rock in stato di grazia.

E poi c’è un ricordo. Conobbi Francesco Guccini nell’ormai lontano 2010. L’organizzatore Lanteri mi chiamò chiedendomi se mi andasse di essere presente sul palco del Teatro Ariston di Sestri Levante per la presentazione dell’autobiografia Non so che viso avesse: per il mio ruolo si trattava di prepararsi una serie di domande strettamente musicali da rivolgere al cantautore. Ricordo che arrivai a Sestri Levante di pomeriggio: mi diedero appuntamento in un bar del centro dove giunse anche Guccini che, però, non si aspettava quella folla in visibilio e, sotto sotto, mi confessò bonariamente di non amare troppo la confusione.

Foto tratta dal blog Rispieghiamoguccini

In teatro ebbi modo di chiacchierare con lui e va detto che non mancarono puntuali soddisfazioni aneddotiche connesse alla nascita delle sue canzoni e dei suoi dischi (che poi era quello che dovrebbe premere di più a un pubblico attento alla sua opera).

Foto tratta dal blog Rispieghiamoguccini

Conclusa la presentazione, uscimmo dal palco per raggiungere l’esterno del teatro attraverso le porte retrostanti. Fuori era buio e lui aveva già la vista debole: mi chiese se si poteva appoggiare a me per fare alcuni passi che lo avrebbero condotto in direzione di chi lo avrebbe accompagnato in auto al ristorante.

Cenammo insieme e fu una serata piacevole. E a me non diede affatto fastidio quella sua discrezione che poteva essere scambiata per scontrosità. Si respirava la sua aria contadina, appenninica, lo sentivo di famiglia, forse perché in molti suoi gesti, ma, soprattutto, sguardi, mi aveva ricordato mio nonno materno, quando aveva 70 anni; un nonno che era stato un figlio dei tanti Amerigo, scappati dalla campagna per emigrare all’estero (infatti mio nonno era nato in Argentina).

Mi restano quei due passi nel buio, così essenziali, così silenziosi, dopo tante parole.

Riccardo Storti

Articolo originale sul blog dell’autore