Incontri con la classica vol.1: Alphonse Diepenbrock – Marsyas – 1910

di Riccardo Storti, pubblicato il 9 Marzo 2020

Ho sempre avuto il debole per quella pletora di musicisti che, nati nella seconda metà dell’Ottocento, si sono trovati a dovere vivere un’esaltante epoca di crisi. Spesso, la critica musicale li ha bollati (e liquidati) come “decadenti”, gettandoli nella selva dei minori, forse perché, alla resa dei conti, non sempre si sono decisi se stare con il passato o con il futuro. Sono nati e si sono innamorati con Tristano ma, crescendo, hanno subito il fascino del fauno pomeridiano.

Uno di questi è certamente il compositore olandese Alphons Diepenbrock (1862-1921), di cui ignoravo l’esistenza finoa molto tempo fa. Lo ammetto. Mai sentito. Non dico “ascoltato”: proprio non ne avevo mai sentito il nome. È stata l’ex Filodiffusione (oggi Rai Radio Classica) a farmelo conoscere in un afoso pomeriggio di fine agosto (era il 29) del 2017 verso le 4 del pomeriggio. La scelta ricade sulla suite da concerto Marsyas, in sostanza un poema sinfonico sulla vicenda del celebre personaggio mitologico che fu sfidato da Apollo in una gara musicale.

Mentre ascolto con indubbia curiosità, scopro che Diepenbrock veniva dal mondo delle lettere classiche e che era un insegnante di greco antico. Nei ritagli di tempo, si dedicava alla musica. Solo dopo i 40 anni abbandonò la docenza per dedicarsi in maniera compiuta alla sua passione musicale. Insomma, un dilettante che ebbe pure la soddisfazione di contare sull’amicizia di Gustav Mahler (del quale diresse la Sinfonia n. 4), Richard Strauss e Arnold Schönberg.

Stando all’ascolto di Marsyas, si nota subito quanto sia soprattutto raffinata l’intelaiatura timbrica dell’opera di Diepenbrock: gli echi del tardo romanticismo tedesco dei corni francesi e degli archi si sposano con le volute impressionistiche dei legni. Armonicamente si viaggia su tonalità ambigue, si slitta con agilità e la stessa trama melodica predilige mosse cromatiche wagneriane ben stemperate in possibilità esatonali, proprie del Debussy più liquido. Atmosfere tenui, metronomi dal passo felpato, dinamiche in fase REM. Quasi rilassante ma per nulla noioso. Molto decadente. Da ascoltare leggendo qualcosa di Rilke e Mallarmé o, meglio ancora, i Poemi conviviali di Pascoli.

Vi lascio qui sotto la clip da Youtube, così potrete assaporare quest’intrigante pagina del primissimo Novecento.

by Riccardo Storti (blogger musicale e fondatore del Centro studi per il Progressive Italiano)

articolo originale a questo link

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