Recensione: Kendrick Lamar – To pimp a butterfly – 2015

di Roberto Giannini, pubblicato il 5 Aprile 2015

Kendrick Lamar – To pimp a butterfly – 2015

(Top Dawg/Aftermath/Interscope)

(©2015 AllMusic.Com – review by David Jeffries – trad. Alex Armosino)

Diventare adulti, in ultima analisi, significa accettare i propri difetti, la propria piccolezza e l’essere mortali, ma questo non significa che smettiamo di ambire a un’ideale di perfezione: è una ricerca così al centro della nostra esistenza da essere celebrata e, spesso, esaltata dalle nostre più grandi opere d’arte.

In tal senso l’angoscia e la disperazione sono temi che, a buon diritto, possono far guadagnare più Grammy, Emmy, Pulitzer di quanto un testo tutto rose e fiori potrà mai fare, ma il rapper californiano Kendrick Lamar è ora arrivato col suo portentoso capolavoro numero due, aspettiamoci dunque la sua versione della cruda verità e ne sentiremo delle belle.

Lui è ben consapevole, come canta qui Bilal, che “Shit don’t change ‘til you get up and wash your ass” [triviale versione slang del classico motto “Ognuno è artefice del proprio destino” – N.d.T.] e questo non riassume forse il concetto?

Il sentimento è certamente universale, ma il punto di vista del suo secondo LP è quello di un Afro-americano delle metropoli, dove ascolti radiofonici abituali come Isley Brothers (campionati alla perfezione nel brano chiave “I”), George Clinton (che contribuisce a rendere “Wesley’s Theory” un incrocio tra la sua celebre “Atomic Dog “e l’Inferno dantesco) o Dr. Dre (che nel disco fa la sua apparizione telefonicamente!) immettono l’ascoltatore dentro la vita di Lamar a Compton, sua città natale, proprio come Lou Reed ci avrebbe trasportato a New York o Brecht ci condurrebbe nella Berlino della Repubblica di Weimar.

Questi momenti “G-funky” sono incredibilmente seducenti, il che aiuta ad accompagnare l’ascoltatore attraverso una durata dell’album di ben 80 minuti, a cui si aggiungono i costanti mutamenti sonori (le produzioni di Pharrell, i momenti parlati, gli inni “Soul power”, i collage sonori appena accennati, con ben poche tracce che terminano così come sono iniziate) in gran parte influenzati, e talvolta coadiuvati, dal produttore Flying Lotus e dal suo fido collaboratore Thundercat.

“U” suona come una collezione di MP3 deteriorati, mentre il ritmo spezzato della geniale “Momma” metterà a dura prova l’equilibrio mentale di chi ascolta, e tuttavia Lamar è un artista così prodigiosamente talentuoso e seduttivo che il suo spirito, la saggezza, i suoi giochi di parole riportano tutte queste molecole vaganti nella giusta posizione.

La sindrome del sopravvissuto che si è reso conto della propria fortuna, assieme a una performance di Snoop Dogg degna del suo mitico “Doggystyle”, si intrecciano tra tutto quanto; in più, i momenti salienti offrono quel tipico stile sovversivo alla Parliament-Funkadelic, come in “The Blacker the Berry” (“The sweeter the juice”) che propone slogan rivoluzionari e curve flessuose [“dips for the hip” gioco di parole intraducibile riferito a un particolare movimento dei fianchi molto apprezzato nella danza hip hop – N.d.T.].

“Free your mind, and your ass will follow” [frase tormentone del brano suddetto, presa dal titolo di un album dei Funkadelic del 1970 – N.d.T.] e alla fine di questa bellissimo brano spunta, grazie alla tecnologia, una miracolosa conversazione tra Kendrick e il leggendario 2Pac, dove il pioniere della brutalità rap diventa guida di un profondo populismo.

“To Pimp a Butterfly” è scuro, intenso, complesso e violento come la Guernica di Picasso e, per il suo genere musicale, potrebbe in effetti possederne la stessa importanza ed evocare analoga bellezza per il pubblico che lo segue.

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