La sottile linea cremisi

di Riccardo Storti, pubblicato il 11 Giugno 2022

Inutile soffermarsi sulla genialità di Robert Fripp e dintorni. È già stato fatto e da  critici ben più corazzati di me. Dico “inutile” perché la loro musica e tradizione sonora è nelle orecchie di qualsiasi appassionato (e non solo di progressive), inoltre si tratta di una parabola che ha superato abbondantemente i 50 anni. Ma non è tanto la “quantità” cronologica ad incuriosire, quanto i passaggi espressivi ed i traghetti stilistici su cui la metamorfica band si è imbarcata nel corso del tempo, toccando porti inattesi (soprattutto ai fan).

king crimson in 1969

king crimson in 1969

Mellotron in studio e chitarra filtrata, i King Crimson prendono le mosse dai Moody Blues, si aprono e aprono le porte al “rock sinfonico”: un ABC di intuizioni e novità che anche qui da noi farà la fortuna delle prime band progressive (PFM e New Trolls i casi più evidenti). Poi nel ’72 cambio di rotta: il mellotron rimane, ma la chitarra si fa più cattiva, la sezione ritmica di Bruford e Wetton con altri innesti (Muir, Cross e musici accreditati qua e là) rende tutto più “difficile”. È un genere (?) che guarda al rock duro, ne ricementa le basi ma, al tempo stesso, si affida a misurazioni “percussive” di estrazione novecentesca, colta, semiclassica (Bartók, Stravinskij e Prokof’ev). Un bailamme di suoni, voci ma anche inarrivabili melodie messe sapientemente in crisi dall’uso calcolato di un “mood” dissonante. I tre capolavori irripetibili si chiamano Larks’ Tongue in Aspic, Starless and the Bible Black e Red.

king crimson in 1972

king crimson in 1972

Quindi il silenzio, fino al 1981. Cambio decennio e cambio line-up, sembrano suggerire le mosse di Fripp, affascinato dalla movida newyorkese in piena new wave. È curioso, si confronta con i Talking Heads e incontra Adrian Belew. Bruford scorge nel poliedrico Tony Levin (basso e stick) un ideale compagno di controtempi e felici disparità. I suoni sono recenti, c’è l’elettronica evoluta ed educata dai soundscapes. Più che il solismo, poté l’atmosfera. Anche in questa occasione il numero 3 rasenta la perfezione: Discipline, Beat e Three of a Perfect Pair. Sono King Crimson sicuramente meno diretti, ma che lasciano il segno per le generazioni future, scavalcando anche l’affettuosa cortina di chi ha cominciato a non comprenderli più da Islands in poi. Così, come non si capisce l’amante che tradisce.

king crimson in 1980

king crimson in 1980

Ulteriori silenzi e tra i Novanta e il nuovo millennio, una reprise che, principiata dal rigenerante e rigenerato THRAK (1995), ci porta ad oggi (eppure sono passato quasi 30 anni). Nell’era del CD, di Internet e dell’IPOD, lavori come The ConstruKction of Light (2000) e The Power To Believe (2003) sono un fermo dialogo con istanze che, a loro modo, pur indirettamente discendono dalla sorgente crimsoniana (Tools, Porcupine Tree, Radiohead). Non solo: si confrontano con il metal, il doom fino a raggiungere la galassia post-rock. La loro attualità muove dibattiti, sulla rete e sui social: i forum e i post non si contano più. E sotto striscia lo streaming (pure su Spotify sono…). Ma anche la musica si evolve e la sottile linea cremisi si fa sempre più netta, indipendentemente da loro. King Crimson esiste e regna.

by Riccardo Storti – articolo origilnale sul blog dell’autore

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