L’agguato

di Alessandro Zito, pubblicato il 28 Aprile 2014

Il sole si avvicina lentamente all’orizzonte, lasciandosi alle spalle un’altra calda giornata di agosto e colorando il cielo del suo giallo dorato e intenso. Lo vedo zigzagare da uno specchietto all’altro, mentre affronto le ultime curve che mi separano dalla città. L’auto scorre fluida sull’asfalto e le marce entrano una dietro l’altra, lasciando che il rombare cupo del motore a bassi giri accompagni il vento che scorre lisciando le fiancate. Il cartello a bordo strada mi avvisa che il simbolico ingresso in città è avvenuto, e a confermarlo è l’aria che entra dal finestrino, che si fa sensibilmente più afosa. Il blu del mare adesso non si mescola più al verde della vegetazione, ma al grigio opaco e pesante dello smog che persiste facendo impallidire le facciate dei palazzi, nonostante in questi giorni la maggior parte degli automobilisti si trovi in ferie.

Quando mi fermo al semaforo mi perdo ad osservare la città apparentemente calma, ridotta ad un ronzìo di gesti pigri: un’anziana donna che passeggia ai giardinetti, un paio di pedoni che attraversano lentamente, l’autobus poco lontano che mette la freccia e riparte… e improvvisamente una inquieta sensazione di pericolo mi balena nella mente, come di una preda che avverte di essere vittima di un silenzioso agguato. Mi accorgo che sto fissando la luce del semaforo ormai verde quando un breve colpo di clacson suona dietro di me.

Ingrano rapidamente le marce una dietro l’altra, alzo distrattamente la mano per scusarmi con chi mi segue, e l’auto torna a scorrere a velocità di crociera. Ora l’aria soffia di nuovo via tutti i pensieri e la mente va a Polly: curva dopo curva mi sto avvicinando a casa sua, e mi diverto a stuzzicare giocosamente l’immaginazione, tentando di figurarmi come potrebbe essere vestita stasera o cosa le piacerebbe fare dopo cena…

La mano scorre sul volante fino a far scattare la freccia e il piede si adagia sul freno, fermando l’auto in prossimità dello stop. Due rapidi sguardi, appena infastiditi dal sole che si accinge a tramontare, confermano che la strada è sgombra. La leva del cambio va in posizione, la frizione accompagna dolcemente la ripartenza dell’auto ed è la coda dell’occhio a percepire il bolide in arrivo.

Un lampo, uno schianto, poi il nulla.

Non sono cosciente, ma percepisco tutto. Le auto devastate, vetri esplosi e detriti tutt’attorno; devo essere stato sbalzato poco distante perché sento l’asfalto bollente cuocermi la schiena, assieme al sangue e al sudore che impregnano i vestiti. Avverto gente tutt’attorno che palpita come il mio cuore che pulsa via litri di sangue e si accalca tra urla, voci e schiamazzi, il traffico fermo, sirene che si avvicinano, i tentativi inutili di rianimare un corpo ormai esanime.

Il sole brucia, brucia terribilmente, come se volesse deridere quel giovane che fino ad un istante prima viveva bello e sereno, mentre il movimento intorno a me va svanendo, tutto inizia a vorticare… nella mente scorrono frenetici a ritroso gli ultimi fotogrammi della mia interrotta esistenza: vedo il mio volto rilassato, lo sguardo distratto, la mano che scala le marce con stupida abitudine meccanica, una curva dietro l’altra, lo sguardo noncurante, l’auto che riparte dal semaforo, l’uomo che suona il clacson dietro di me, lo sguardo fisso sul semaforo, verde, che ora torna rosso. Basterebbe una qualsiasi sciocchezza per mutare il corso degli eventi, basterebbe fare breccia nella mia sciocca mente distratta per evitare quell’attimo fatale. Il mio sguardo è sempre fisso sul semaforo, osservo il mio stesso volto… e intravedo nei suoi lineamenti immobili la percezione della morte in agguato.

Un attimo, prima che tutto finisca.

 

Esiziale, secco e disumano
scarto di secondo che vale tanto
quanto una vita che è più finita
di una resa mai incominciata

Musicala questa traversata,
dal mio nido a quello della mia amata
L’atmosfera è ok, tutto è bello,
Polly io ti voglio nel mio cervello

L’auto fila via liscia carezzata dal vento che è biscia
e morbido striscia sulle lamiere madide al sole giallo di guai

Esiziale, secco e disumano
scarto di secondo in agguato:
guardami così bello e rapito
dalle gioie di un veleggiare muto

e raro come l’arcano da serbare
e prezioso come un mare da salvare
a proposito della mia vita

L’auto fila via liscia verso lo stop e nulla compare
a fare una breccia da dietro il sole disteso giù sulla strada
L’auto parte via liscia:
è un attimo realizzare che NO NON È COSÌ
in un lasso esiziale un bolide appare e finisce lì

E il sole scaglia la sua gloria e se la ghigna

Una confusione per incubazione!
C’è una babilonia di disagio e compassione!
Sono coma in ascolto, bagnato sull’asfalto
Grilla come olio un lago imporporato

E il sole scaglia la sua gloria e se la ghigna

 

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