Monjoie – new album – Love sells poor bliss for proud despair – recensione

di Roberto Giannini, pubblicato il 24 Settembre 2020

Undici brani per quasi un’ora di durata, per questo quinto album ufficiale della band loanese Monjoie, che esce ancora per Lizard Records, dal titolo Love sells poor bliss for proud despair, che segue idealmente il percorso intrapreso con il precedente And in thy heart inurn me di due anni e mezzo orsono.

Arrangiamenti con richiami jazzistici si alternano a brani di matrice folk, all’elettronica analogica, ad un melanconico neoclassicismo influenzato da grandi band e movimenti dei 60/70 (dai Procol Harum e Moody Blues fino alla scuola di Canterbury) e non indifferente a certe sonorità wave degli 80 e al britpop più melanconico ed evocativo dei 90.

Concept album diviso idealmente in due parti, la prima (minisuite composta da cinque sezioni) dominata dalle liriche di John Keats e la seconda (sei brani) da quelle di Percy Bhisse Shelley, con incursione finale di George Byron.

monjoie

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La minisuite, dal titolo Ode on a grecian urn , parte con una ballad suggestiva ed evocativa (Thou still unravish’d bride of quietness) con chitarra acustica e flauto in evidenza insieme alla voce calda e saudente di Alessandro Brocchi; uno stile sonoro che riecheggerà lungo tutto il lavoro, e che porta l’ascoltatore in stato di estatico spleen. Le liriche di John Keats sono spesso accompagnate da afflati malinconici e folk-waveggianti, come nella seconda parte (Heard melodies are sweet but…) dall’intro orientaleggiante, o nella terza (Ah, happy, happy boughs!) dove sono presenti richiami a certa musica celtica. Ottima anche la ballad Who are these coming to the sacrifice? sostenuta da una base ritmica incalzante, nonchè la parte terminale della suite (O attic shape! Fair attitude!), nella quale ancora la voce e la chitarra acustica di Brocchi sono protagonisti di un brano in crescendo nel quale, oltre alla voce recitante dell’ospite Simona Fasano, fanno capolino la graffiante chitarra elettrica di Valter Rosa e l’ottimo sax soprano del veterano Edmondo Romano (innumerevoli le sue collaborazioni in tutti gli ambiti musicali).

La seconda parte dell’album, dedicata prevalentemente alle liriche di Percy Bhisse Shelley, stilisticamente rimane coerente alla prima, e parte con l’epico Mutability, nel quale il piano di Davide Baglietto e il violino di Fabio Biale (altro ospite illustre) si ergono protagonisti. Si prosegue con To Night, brano ritmicamente sostenuto (ottimo il lavoro della sezione ritmica formata da Alessandro Mazzitelli e Leonardo Saracino, che rimanda ai lavori meno recenti della band, che (ci autocitiamo, dall’articolo sul video di London) rimanda a certe sonorità che ricordano i londinesi (per rimanere in tema) Costeau di Davey Ray Moor, un sound notturno ma non sepolcrale, parente anche di certa modern wave statunitense alla Interpol. Si prosegue con A Lament altro brano malinconico e delicato, nel quale spiccano l’ottimo  clarinetto di Romano, il rhodes “disturbante” e la batteria delicata e allo stesso tempo incisiva di Saracino.

Sulla stessa linea sonora l’ottima The flower that smile to-day, uno dei pezzi migliori dell’album, con il violino che torna imponente, e la caleidoscopica A Dirge, che ci conducono al maestoso finale She walks in beauty (testo di George Byron), altro pezzoforte dell’album, nel quale l’ottima sezione ritmica (vera protagonista del brano) e gli intrecci vocali molto efficaci introducono ad un finale mozzafiato, degna conclusione di un lavoro molto omogeneo che consacra definitivamente la band ponentina che con le sue sonorità folk-ethereal-wave ha superato proprio quest’anno il ventesimo anno di una carriera già ultralongeva.

Chapeux ai cinque ragazzi (si fa per dire…) del ponente ligure che, grazie anche all’apporto degli ospiti sempre eccellenti, ancora una volta convincono appieno e si confermano band solida, coerente e matura.

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