Orco – new album – Granara blues – streaming integrale e recensione

di Roberto Giannini, pubblicato il 15 Dicembre 2020

Granara è un insieme di casupole sperduto sulle colline della Valvarenna, primo avanposto tra il mare e gli appennini, raggiungibile inerpicandosi su ripide creuze dalla strada principale della valle, oppure da una folkloristica stazione ferroviaria dove ferma una manciata di treni al giorno.

Granara è il luogo insidioso e magico dove ha scelto di vivere Fabrizio Gelli, nuovo nome d’arte Orco, personaggio oramai storico nel panorama musicale underground genovese (e non solo), che dopo una scoppiettante prima fase di carriera alla guida di Visionnaire (li ricordiamo sul palco del primo tributo genovese a Demetrio Stratos nell’oramai lontano 2004) ed Esmen (con il particolare indie pop di Tutto è bene quel che finisce del 2011) ha trascorso gli ultimi anni, oltre ad occuparsi di metter su famiglia, casa e imparare la vita da boscaiolo, a contribuire agli ottimi risultati della superband Od Fulmine sia in studio che dal vivo.

Gelli torna quindi, a quasi un decennio dal precedente lavoro solista, con Granara blues, sette brani per poco meno di mezz’ora nei quali l’autore svela una nuova dimensione, decisamente più intimista e onirica,  evidentemente favorita dalla nuova situazione ambientale. Granara più che un luogo fisico diventa metafora di uno stato mentale, laddove convivono gioie e paure (vecchie e nuove), rabbia e speranza,  la pascoliana difesa del nuovo nido domestico e il leopardiano volgere il guardo oltre la siepe.

Una dimensione introspettiva e un linguaggio semplice, che parla delle piccole cose, del quotidiano, di suoni e odori della natura, di persone reali e immaginarie, di nostalgie  e sensazioni più o meno sopite.

Direttamente dalle note di copertina: Una raccolta di canzoni scritte in un luogo prezioso e misterioso. Per entrarci bisogna camminare e infilarsi dentro tunnel bui.
Un album pieno di gentilezza, stupore, gratitudine, ma anche rabbia amarezza e voglia di fuggire

Il disco parte con gli arpeggi della radiohediana (influenza che Orco non ha mai negato fin dai tempi di For Ced) La vita fuori dall’acqua, che mette in chiaro quelle che sono le coordinate dell’album: il falsetto leggermente effettato si stende sulle basi di synth e tastiere e sull’efficace batteria di Stefano Ruiu (che avevamo apprezzato sia con Esmen, che con White Mosquito).

L’intimismo malinconico di Godzilla e la tempesta, già pubblicato come singolo con tanto di video, ci porta nell’immaginario di un gigante impotente contro le possibili minacce (naturali e sentimentali), e contro l’aleatorio e spesso amaro susseguirsi degli eventi della vita (…l’acqua scorre, le cose succedono…).

L’andamento ritmico della title track, che con il blues ha poco a che vedere se non per l’afflato melanconico,  ci riporta sui sentieri iniziali, con la base ritmica incalzante che mette in evidenza synth e tastiere wakemaniane magistralmente suonate da Tristan Martinelli (musicista che perlomeno dalle nostre parti non ha bisogno di presentazioni), prima di piombare in uno slot centrale onirico/ultraterreno per poi tornare sul tema melodico principale.
Adele, l’altro singolo pubblicato un paio di mesi orsono, parla dell’estate e di quello che lascia dentro, e spinge inizialmente su una base synth-wave scoppiettante (primi Cabaret Voltaire docet) e un crescendo di synth e drum machine sul quale la voce di Orco si stende dolcemente.
Altro pezzo forte dell’album è senz’altro I corvi, introdotta da un frullato di suoni naturali e interferenze disturbanti che sfociano nell’ennesima melodia impreziosita dal suono di un flauto traverso e dagli ottimi impasti armonici vocali ai quali contribuisce l’Od Fulmine Stefano Piccardo.
I due minuti e mezzo della folkeggiante La ballata di Od conducono all’epilogo (Irene nella pioggia) di quello che a tutti gli effetti possiamo considerare un concept album per il quale compattezza ed omogeneità, sia delle sonorità che delle tematiche raccontate, sono sicuramente due degli aspetti più apprezzabili.
Un lavoro decisamente riuscito, grazie anche alla ricercata cura dei particolari da parte del sempre ottimo Mattia Cominotto, che conferma quanto di buono sta producendo una certa scena cantautoriale cittadina (followtheriver, Rodo,  Lo Sceriffo Lobo e Misentotale, tanto per citarne alcuni) influenzata da menti illuminate del passato più remoto (Tim Buckley, John Martyn, Nick Drake) e più recente (Thom Yorke e Bon Iver ma anche Andrea Laszlo De Simone e Dimartino, per rimanere in ambito autoctono).

Buon ascolto

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