Leggende dall’underground genovese: Eczema pt.3

di Roberto Giannini, pubblicato il 24 Luglio 2015

by Diego Curcio (giornalista Corriere Mercantile e autore di saggi sul punk italiano)

Che anno sarà stato? Il 1992 o il 1993? O addirittura il mitico 1994? Mah, con le date, anche a scuola, non sono mai stato molto bravo e l’unica che mi ricordi veramente a memoria è, chissà poi perché, è quella della pace di Nicia nel 421 a.C. (ma non provate a chiedermi che è successo perché non lo so). Comunque, tornando al discorso iniziale, avrò avuto poco più di 10 anni e sarò stato giusto in prima media quando ho visto per la prima e ultima volta un concerto degli Eczema. Ero in villa Doria a Pegli, coi pantaloncini corti, la calzette bianche e una maglietta “marca pistola” (come si diceva all’epoca) che me ne stavo per i fatti miei in attesa che iniziasse lo spettacolo della Festa del Mare. Dicevano che era un concerto, ma io di musica sapevo assai. Il massimo che conoscevo, forse, erano gli 883 e “Notti magiche” cantata da Gianna Nannini e da quell’altro per i Mondiali del ‘90. Ma in fondo che poteva succedermi a un concerto? I miei erano lì in zona e io ero abbastanza autonomo e responsabile, nonostante l’età, per potermi permettere di scorrazzare in giro senza troppi problemi. Così mi sono messo vicino al palco in attesa che tutto cominciasse. Certo, già il nome di questo “complesso” mai sentito, e cioè Eczema, era tutto fuorché tranquillizzante. E a pronunciarlo nella mia testa di diecenne mi faceva venire in mente tutte quelle croste e quelle ferite che avevo visto una volta, dopo aver sfogliato per sbaglio l’enciclopedia medica. Quelle malattie schifosissime che temevo di prendermi ogni volta che toccavo qualcosa che non conoscevo e che ogni tanto mi tormentavano negli incubi notturni. Insomma, come avrete potuto capire da queste prime righe, avevo già i miei bei piccoli problemi. E mi ci mancavano solo questi brutti ceffi a farmene venire degli altri. Già perché, appena annunciato il gruppo – ma prendete alcuni particolari di questo racconto con il beneficio del dubbio, visto che si parla di quasi 25 anni fa – invece che i soliti musicisti con gli strumenti, sul palco sono saliti due “signori” vestiti di nero e da teppisti. Uno di loro, senza dire nulla, ha iniziato a tagliare con una motosega (vera) le braccia (finte) di alcuni manichini, accatastati lì vicino. E ogni volta che ne segava uno, infilava braccia e mani di plastica bianche dentro un bidone di latta, tutto colorato di nero. Poi è salito il resto del gruppo e mi sono trovato davanti – perché scemo come sempre mi ero messo in prima fila – un tipo alto e allampanato, con la faccia da bravo ragazzo ma con gli occhi da matto, che ha cominciato a sbraitare. Non stava cantando, anche se sotto c’era la musica, ma diceva cose strane e sconnesse di cui oggi, devo dire la verità, ricordo purtroppo pochissimo. Quello che non potrò mai dimenticare, però, era la sensazione di disagio e di paura che sentivo salirmi sulla schiena. A un certo punto il cantante, che poi non era altro che Claudio Pozzani – che vent’anni dopo ho avuto il privilegio di conoscere per lavoro e che è stato così gentile da scrivermi un ricordo sul punk genovese per la mia biografia dei Dirty Actions – ha presentato un pezzo dicendo che si trattata della storia di una vite, che aveva deciso di ribellarsi. “Non mi voglio avvitareeeeee” gridava contorcendosi come un invasato e buttandosi a terra. Mentre sotto era tutto un casino di chitarre, batterie e seghe elettriche. Poi è partito il pezzo che mi ha terrorizzato di più, anche se in realtà – e forse era proprio questo a mettermi davvero paura – il ritmo e la melodia non mi dispiacevano affatto (ecco il punk in erba che sarei diventato!). Il ritornello diceva pressappoco: “faccio a pugni con Dio” e se adesso, a sentire una frase del genere, mi viene persino da ridere, all’epoca, da scout e chierichetto quale ero (ebbene sì, faccio outing…) mi era parsa come una roba demoniaca. E così non ce l’ho più fatta e sono scappato dai miei genitori, che dopo aver sentito il mio racconto – in fondo erano lì pure loro – mi hanno tranquillizzato e preso persino un poco in giro. “Quelli sono matti” ho detto a mio padre, che tra l’altro aveva pure organizzato la Festa del Mare e quindi era uno di quelli che aveva portato gli Eczema in Villa Doria. Ma non ero l’unico a pensarla così. Dietro di me c’era un’intera platea sconcertata, composta in gran parte da vecchi pegliesi che di solito mettono raramente il naso fuori casa e che, un po’ per dovere, erano andati con le mogli alla Festa del Mare e si erano ritrovati faccia a faccia con quel casino e quella musica folle. Non ricordo se qualcuno avesse protestato o detto qualcosa, ero troppo spaventato per rendermene conto. Però, adesso che ho realizzato chi erano e cosa hanno significato gli Eczema per questa città, sono fiero di essere stato a uno dei loro rarissimi concerti. E sono ancora più felice di aver provato quelle sensazioni di paura e spavento di fronte a loro, perché è così, secondo me, che ci si dovrebbe sentire durante un concerto. Come diceva Fat Milke dei NOFX “da quant’è che il punk è diventato così rassicurante?”. Io ancora oggi fatico a trovarmi in situazioni di disagio quando vado a sentire una band da qualche parte. E a volte mi piacerebbe riassaporare quel gusto del pericolo che ho provato davanti agli Eczema a 10 anni e che mi è ricapitato di riassaporare soltanto qualche tempo dopo durante i miei primi concerti nei centri sociali, dove scoprivo un mondo nuovo e oscuro, conoscevo tipi strani e respiravo quell’aria di “cospirazione” che oggi, a 33 anni suonati, non riesco più a trovare da nessuna parte.

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