Incontri con la classica vol.4: Vita e opere di Camille Saint-Saëns

di Riccardo Storti, pubblicato il 30 Dicembre 2021

“Beato te che puoi infischiartene dell’Opéra e sai fare di tutto: io so scrivere solo per il teatro” (Georges Bizet a Camille Saint-Saëns)

La vita

Camille Saint-Saëns nacque a Parigi il 9 ottobre 1835: fin dalla tenera età si rivelò un talento dalle spiccatissime attitudini musicali; pianista già a tre anni e compositore a sei (un Adagio risalente al 1841), si esibì dal vivo nel 1845, interpretando alla Salle Pleyel un concerto di Mozart: la sua preminente carriera d’interprete e virtuoso inizia prestissimo e lo accompagnerà per tutta la vita.

Il giovane Camille entra in Conservatorio tre anni più tardi, seguendo la classe di composizione dell’operista Halévy, ma solo dal 1852 cominciò a farsi conoscere: il primo sprone arrivò da Gounod che, senza remore, indicò nel giovane compositore l’astro nascente della nuova musica francese.

Intanto la sua attività di pianista (e – non dimentichiamolo – di organista) lo porta ad uscire da Parigi: le sue tournée, che si protrassero sino al 1915, toccarono diverse piazze mondiali dalla Russia all’India, dagli Stati Uniti al Sudamerica, dall’Egitto al Nord Europa.

Nel 1861 prende avvio la sua carriera didattica preso l’École Niedermeyer, dove, tra i suoi migliori allievi, si menziona Gabriel Fauré, al quale rimarrà legato in amicizia per tutta la vita. Nel corso della sua attività di maestro, Saint-Saëns si prodigherà alla diffusione conoscitiva della musica romantica tedesca (Schumann, Liszt, Wagner) ma questo periodo lo vede impegnato anche come critico musicale sulle colonne del “Voltaire”, nonché come studioso di acustica e astronomia.

Il 1871 è l’anno della fondazione della Société Nationale de Musique: la proposta di una musica orchestrale francese colpisce, naturalmente, anche Saint-Saëns che, in mezzo alla prolifica attività di musicista, riesce a battersi per la causa, comune a Franck e compagni.

Riconoscimenti giungono dall’Inghilterra (una laurea honoris causa a Cambridge nel 1881) e dalla natia Francia (insignito della Legion d’Onore nel 1893), quando l’anziano Saint-Saëns s’appresta a trascorrere una lunga e dorata anzianità, attivo e combattivo sino all’ultimo (quando si dice “farsi il monumento da vivo”…Nel caso del nostro accadde veramente: nel 1907 il compositore ha assistito all’inaugurazione della sua statua a Dieppe, cittadina natale del padre). Morì ultranovantenne ad Algeri il 16 luglio del 1921.

Si può dire, senza remore, che Camille Saint-Saëns fu un testimone diretto dei cambiamenti musicali dall’Ottocento romantico alla nascita delle avanguardie; alla luce delle influenze prodotte e assorbite, Saint-Saëns rimane un caso assai raro nella storia della musica. [1]

camille saint saenz

camille saint saëns

Lo stile e l’opera

Intanto un eclettico: soprattutto musicista ma anche saggista, critico musicale, poeta, astronomo, archeologo dilettante, appassionato di occultismo e matematica. In musica non cambiò: eclettico in quanto capace di affrontare qualsiasi genere.

Saint-Saëns viene ricordato soprattutto come un fervente estimatore del classicismo, spesso confuso in una sorta di conservatorismo reazionario; nel suo pantheon vivono Bach, Haydn e Mozart ma anche il razionalista Rameau; eppure, superando ogni personale pregiudizio, l’interprete si prodigò nella diffusione delle pagine meno note di Liszt e di quelle più avanzate del giovane amico Fauré. Poi ci sono i “romantici”, quelli che maggiormente s’insinuano nella sua ispirazione di prolifico compositore (Wagner, Liszt, Mendelssohn, Beethoven, Schumann e Berlioz). Insomma, sembrerebbe che la facilità di scrittura coincida con l’ampia possibilità di toccare tutti i generi con disinvoltura: da lì la frequente accusa di accademismo. Eclettismo, allora, come volontà di ricercare strade nuove, puntando l’indice sulla pigrizia dell’entourage operistico parigino ma questo atteggiamento si rivelerebbe la vera spina nel fianco della sua produzione: prolifico ma dispersivo benché intellettualmente onesto, Saint-Saëns non ci regalò mai un capolavoro – almeno, questa è l’impressione della critica!

In verità, se passiamo all’analisi delle sue sinfonie – chiaro tributo al logos romantico -, ci accorgiamo di quanto Saint-Saëns sia, intanto, abile a maneggiare i timbri orchestrali: esperto contrappuntista, emancipa il ritmo rispetto alla melodia, tanto che i detrattori in questo processo vedono un impoverimento emotivo della sua musica, allontanata dai consueti moduli ottocenteschi. Le sue tre sinfonie ed i diversi poemi sinfonici (Le rouet d’Omphale e la Danse macabre) testimoniano queste notevoli qualità, mai riscontrate in un musicista francese, almeno dopo Berlioz.

Il suo presunto – ma anche facilmente dimostrabile – classicismo (e spesso questa non è un’accusa) contribuì soprattutto al rinnovamento della musica da camera d’oltralpe: lo stesso Ravel ne risentì l’influenza nel suo Trio , figlio dell’opera 18 di Saint-Saëns. Esaltante – e precursore, in termini ironici, di Satie e dei Sei [2]– il sensibile affresco di suoni (e rumori) offerto da Il Carnevale degli Animali, un vero capolavoro di Novecento inconsapevole.

Benché Saint-Saëns seppe offrire pagine assai stimolanti per l’orchestra ed i piccoli gruppi, così non avvenne per il suo strumento prediletto, il pianoforte; infatti il virtuoso, capace di oscurare la velocità ed il colpo d’occhio da prima lettura a la Liszt, produsse brani gradevoli ma che non aggiungevano nulla al magistero dell’abate ungherese: tanto virtuosismo, qualche concessione al sentimentalismo da salotto, sagace maestria armonica ma nulla di più. Unico vero contributo al repertorio, i cinque concerti per pianoforte e orchestra, di cui si menziona il quinto, detto L’Egiziano per l’utilizzo delle scale arabe.

L’operista è famoso per il Samson et Dalila, un melodramma di chiarissimo stampo ottocentesco di buon livello qualitativo, mentre nella musica sacra scrisse un a Messa da Requiem ed un Messa solenne per organo.

Si disse che Saint-Saëns ebbe il “senso della forma”, appreso soprattutto da Mendelssohn: tale inclinazione rimanda direttamente alla fedeltà – non solo istintiva, ma anche razionale – ai modelli antichi (Bach, Palestrina, la polifonia fiamminga). La lezione del passato gli insegnò l’essenzialità del disegno sonoro, mostrando quella “facilità” per mezzo della quale il compositore inserisce la frase nell’equilibrio formale, senza essere – ahimé – Mendelssohn:

La scorrevolezza di Saint-Saëns è spesso soltanto mestiere, le sue architetture sono quasi sempre costruite a freddo su modelli invariabili. L’aspetto più concreto di questo musicista è rappresentato dall’accademismo, un accademismo multifrome e generoso, che non cessa di essere quasi la maschera di una sostanziale aridità poetica. [3]

In sintesi Saint-Saëns è un accademico ma che ebbe il merito di precisare quali fossero le peculiarità dell’autoctona musique nouvelle al tramonto del romanticismo ed all’alba delle nuove esperienze musicali; nella sua lunga esistenza conobbe le personalità più influenti del mondo dei teatri e dei concerti (da Berlioz a Stravinskij): “…un unicum nella scuola musicale franc[ese], ma è pure l’anello indispensabile tra Gounod e Ravel, tra Berlioz e Fauré”. [4]

(Riccardo Storti – tratto dalla dispensa del corso L’Ottocento musicale francese, tenutosi all’Unitre di Genova a.a. 1998-99, articolo originale sul blog dell’autore)

[1] “Per comprendere la singolare posizione del musicista nella storia della musica, bisogna soffermarsi ad esaminare il momento in cui vive. Saint-Saëns nasce quando Mendelssohn, Chopin e Schumann raggiungono il culmine della loro stagione creativa e, precocissimo, inizia a comporre negli stessi anni in cui Verdi e Wagner danno le loro prime opere giovanili; è un contemporaneo di Brahms, e precede quindi tutti gli altri sinfonisti del secondo Ottocento; compone ancora, senza avere mai sostanzialmente modificato il suo stile, quando Debussy è già morto e Ravel ha dato molte delle sue pagine maggiori; muore quando Stravinski ha già concluso il suo «periodo russo» e ha già indicato con Pulcinella la sua svolta «neoclassica». Una esistenza quasi secolare, una produttività di circa settant’anni, che forse non conosce altri esempi” (AA. VV., Storia della musica. Vol. VIII, Milano, Fabbri, 1964, pag. 9).

[2] I Sei (o Les Six detto alla francese) rappresentano quel gruppo di musicisti transalpini che negli anni Venti, reagendo alla lezione di Debussy e Ravel, cercano di intraprendere una nuova strada espressiva, tra il ritorno all’antico e le tentazioni dell’avanguardia. L’equipe era formata da Arthur Honegger, Francis Poulenc, Darius Milhaud, Georges Auric, Germaine Tailleferre e Louis Durey.

[3] AA. VV., Storia della musica. Vol. VIII, Milano, Fabbri, 1964, pagg. 12-13.

[4] Marie-Thérèse Bouquet, Saint-Saëns in AA.VV. Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti. Biografie V., diretto da Alberto Basso, Torino, UTET, 1985, pag. 537.

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