Masterpieces from all times part 100: The Birthday Party – Prayers on fire – 1981
Continuiamo la nostra serie di podcast di album fondamentali della storia del rock, e per questa nuova puntata, la centesima, ritorniamo su una band per la quale un paio di mesi fa abbiamo pubblicato una raccolta di singoli e b-side nell’apposita rubrica Demos, rarities & compilations (il volume 79), dedicata ad una band australiana attiva dal 1977 al 1983, che divenne nota per il loro sound violento e martellante, e per l’esuberanza violenta e trasgressiva sul palco e il canto brutale di un vocalist e autore che stava muovendo i primi passi di nome Nick Cave. Ovviamente stiamo parlando dei Birthday Party, attivi dal 1977 (subito dopo il trasferimento a Londra) al 1983, dapprima con il nome Boys Next Door.
Fu proprio con il primo nome che la band, che oltre al già citato Nick Cave comprendeva il pluristrumentista Mick Harvey, il chitarrista Rowland S. Howard, il bassista Tracy Pew ed il batterista Phill Calvert, pubblicò due album: il primo Door door e il secondo The Birthday Party, che darà il nome definitivo al combo che successivamente sfornerà i due capolavori Prayers on fire nel 1981 e Junkyard l’anno successivo. Ma è proprio l’album del 1981, pubblicato stranamente da una label quale la 4AD, quello sul quale ci soffermiamo, poichè quallo che meglio di tutti incarna i contenuti del loro bestiale e sgraziato dark-blues e più in generale dell’estetica post-punk più estrema e viscerale dei primi anni ’80.
L’album è un’esplosione di rumore controllato: chitarre taglienti e dissonanti (di Rowland S. Howard), ritmi ossessivi e una produzione volutamente grezza che non cerca mai la pulizia, ma punta a un impatto fisico, quasi disturbante. Il canto di Nick Cave è teatrale, isterico, spesso al limite della possessione, con un’alternanza di urla, declamazioni e toni da predicatore folle, anticipando il suo stile futuro. I temi spaziano tra violenza, religione distorta, sesso e alienazione, il tutto immerso in un’estetica gotica e malata, lontana sia dal punk classico sia dal rock tradizionale. Da segnalare tra i brani Zoo-music girl, dal ritmo incalzante e ritornello memorabile, pur mantenendo una forte tensione, il più celebre Nick the stripper dall’andamento ossessivo e minaccioso, ma anche il martellante ed ipnotico King Ink, che rappresenta il lato tribale della band, nonchè il più disturbante Dull Day pervaso da alienazione profonda.
Buon ascolto.










