Stefano “Lupo” Galifi – Dei ricordi, un museo – recensione

di Riccardo Storti, pubblicato il 22 Febbraio 2022

Stefano “Lupo” Galifi resta una delle più autentiche voci blues e rhythm’n’blues del panorama italiano. Lui, che amava James Brown e i Blood Sweat & Tears, nei primi anni Settanta, si è trovato a diventare il cantante di ruolo di qualcosa che non è stato solo un gruppo, ma un fenomeno pressoché unico nel progressive rock italiano: il Museo Rosenbach. E se questa band del Ponente ligure si è fatta unicum, una grossa fetta di merito va all’ardua scommessa: inserire un performer vocale soul, in una band dal sound “oscuro” tra King Crimson, Atomic Rooster, Colosseum e Gentle Giant. Peccato che il miracolo durò lo spazio di un (gran) disco (Zarathustra), che, comunque, resta un must del genere.

Ma “Lupo” non si è mai fermato: ha sempre fatto girare la sua ugola nei locali genovesi e ha contribuito a remake di vario tipo (dalla brillante clonazione de Il Tempio delle Clessidre alla resurrezione della fenice rosenbachiana nel 2010 con Golzi e Moreno).

Nell’autunno del 2021 giunge a compimento l’ambizioso progetto dell’esordio solista (Dei ricordi, un museo per AMS/BTF), nato e cresciuto durante la pandemia con un gioco di squadra che ha visto coinvolti importanti artisti della cerchia genovese. Galifi si è affidato rispettivamente a Luca Scherani per la parte musicale e a Gabriele Guidi Colombi per i testi. Per la realizzazione del disco, il primo ha suonato le tastiere e il flauto, mentre il secondo il basso elettrico (come ai tempi de La Coscienza di Zeno, gruppo da cui provengono entrambi); a loro si sono aggiunti la chitarrista Marcella Arganese (Ubi Maior e Mr. Punch, cover band dei Marillion) e il batterista Folco Fedele (Panther).

stefano lupo galifi

stefano lupo galifi

L’esito è un buon album di progressive rock in linea con le attuali sonorità; se il titolo potrebbe mostrare qualche velo di nostalgia, il lavoro effettivo si sforza di andare oltre: Lupo si racconta e lo fa con il linguaggio della musica che ha cantato e amato di più. L’incipit Cuore apre il disco ad effetto con armonie e frasi che potrebbero richiamare i Procol Harum di A Whiter Shade of Pale e i Marillion. Le radici del Museo Rosenbach si fanno sentire con naturale spontaneità (La morale cede e Dei ricordi, un museo), ma non mancano consonanze tra i Delirium e i Genesis (Sterile, ballad acustico-rock in 3/4) e i Pink Floyd (le dilatazioni strumentali de L’amante).

Svettano dalla track-list La stanza e l’angolo (quasi un Lied dalla forma classica, grazie alla convincente scrittura pianistica di Scherani, ma soprattutto alla nitida e lucida interpretazione di Galifi) e Le due linee gemelle (è la In the Air Tonight di Lupo: efficace il meccanismo ad orologeria dei sequencer un po’ anni Ottanta, un po’ minimal style).

Potremmo definire Dei Ricordi, un Museo una sorta di un’autobio-concept album, la stesura di un diario rimasto a lungo nel cassetto che, finalmente, ha trovato gli strumenti per uscire e narrare una vita attraverso agili trasfigurazioni di note e parole. Molti, di solito, pubblicano un libro; Lupo ha preferito cantare e si sa che in questo è imbattibile. Ecco perché il disco arriva e colpisce.

Riccardo Storti (articolo originale sul blog Asterischi di Musiche)

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