Sull’isola deserta con Franco Battiato part 3: gli anni novanta

di Riccardo Storti, pubblicato il 22 Giugno 2021

Se, nel decennio precedente, Battiato aveva acquisito la fama, in quello successivo giunge alla compiutezza creativa. So di andare controcorrente quando affermo che in questo arco temporale si trova la produzione più rifinita del nostro. Le spie indicatorie sono molteplici: intanto il sodalizio con il filosofo Manlio Sgalambro, per cui i testi toccano vertici di raffinatezza formale e contenutistica come non mai; inoltre, lo scavo spirituale di Battiato da esperienza interiore diventa anche manifestazione, se non addirittura, insegnamento per chi lo ascolta. Nei suoi album la girandola panteistica mostra sensibilità svariate che, con acume artistico, fonde in una sintesi caleidoscopica di elementi desunti da cristianesimo, islamismo e buddismo.

franco battiato - dervisci

franco battiato – dervisci

Altri segnali di alto livello qualitativo: il sound e i collaboratori di sala. Battiato è al passo con i tempi e la sua musica è “contemporanea” ai generi da cui attinge le soluzioni più adatte, siano quelle orchestrali del repertorio colto, siano quelle più popular dell’elettronica di consumo o (sull’altro versante) dei suoni più sporchi delle chitarre grunge o dal portato percussivo dub.

L’ombra della luce – (Come un cammello in una grondaia – 1991) – Da un lato i pre-Fleurs tratti dalla tradizione liederistica romantica e post-romantica (un vero azzardo, visto che non sono cantati da una voce “lirica” ma dalla sua) e dall’altro poche canzoni ma che colpiscono (tra tutte Povera patria, in cui il trasporto civile del cantautore è permeato da condivisibile e compatibile – da compassione – indignazione). All’epoca, però, mi colpì di più L’ombra della luce perché la avvertii come una preghiera meta-confessionale, tanto umanistica quanto divina, immersa in un tessuto musicale audacemente classico, come se fosse veramente l’ultimo dei grandi lied dopo i Vier Letzte Lieder di Richard Strauss. E, in pochi versi, tocchiamo con la mente la totalità dell’esistere:

Perché la pace che ho sentito in certi monasteri,

o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa,

sono solo l’ombra della luce.

Caffè de la Paix – (Caffè de la Paix – 1993) – Battiato, quando ci parla della componente sacra nella dimensione onirica, diventa più affascinante del solito. Caffè de la Paix (locale parigino dove Gurdjieff incontrava i suoi accoliti) ne è un chiaro esempio. La canzone ha il tiro musicale della hit: sono anni in cui la World Music va per la maggiore e Battiato riprende strumenti e stilemi dalla musica orientale: si possono ascoltare timbriche vicine al tabla o al sitar, al tampoura, al sarod e ad altri cordofoni della cultura indiana. E poi c’è il racconto di questo viaggio notturno che ognuno di noi compie e che non è semplicemente una pausa di riposo dalla nevrotica quotidianità, ma un itinerario misterioso verso la profondità di noi stessi e di quel che siamo stati (anche prima nascere).

Gesualdo da Venosa – (L’ombrello e la macchina da cucire – 1995) – Da qui inizia la collaborazione con Manlio Sgalambro. Ho sempre avvertito questo album – che (lo confesso) ascolto meno rispetto ad altri – come un prodotto di transizione, verso qualcosa di più definito (se non di quasi definitivo); eppure è un disco dai contorni delicati, da maneggiare con cura, quasi fragile nella sua cristallina lucentezza. Gesualdo da Venosa è solo un pretesto per parlare delle azioni dell’uomo, dei suoi comportamenti e di una presunta morale nell’arte. Con quel coro ansante e quella trama di pianoforte minimal mi ha ricordato qualcosa del Battiato circoscrivibile agli anni Ottanta, zona L’arca di Noè.

Segunda-feira – (L’imboscata – 1996) – Non ho dubbi: è l’album migliore di Battiato. C’è tutto e riassume tutto. Da qui in avanti non verrà mai più raggiunta simile altura. I motivi che mi inducono a pensare e a convincermi di ciò sono parecchi: il tandem con Sgalambro funziona alla grande; i testi spaziano e toccano angoli di riflessione che si muovono tra la quotidianità e l’universale. Il cast è ricco anche di collaborazioni di pregio quali quelle di Antonella Ruggiero e Giovanni Lindo Ferretti. Non facile scegliere una canzone, le dovrei selezionare proprio tutte: mi fermo a questo omaggio al Portogallo e alla sua lingua. Un idioma che ha la sua magia, come ci suggerisce il testo:

Segunda-feira de Lisboa,

che nome d’incanto!

Qui da noi è lunedì.

Soltanto.

Shock in My Town – (Gommalacca – 1998) – A due passi dal nuovo millennio, Battiato sembra riscoprire una nuova giovinezza, memore degli stessi entusiasmi sprigionatisi negli anni Settanta; per tale motivo, non esita ad imbarcare per la traversata musicisti di recente generazione, provenienti da noti gruppi dell’underground (Bluevertgo, Africa Unite e CSI). E Shock in My Town attrae proprio per quella fisionomia mista: si sente che quella non possa essere altro che una canzone di Battiato, ma determinati dettagli rimandano chiaramente al rock anni Novanta di casa nostra. Lo sperimentalismo di Battiato, come sempre, oltre a toccare la musica, gioca con le parole e il testo si regge su soluzioni plurilinguistiche assai accattivanti. Efficace pure il quadro apocalittico che annuncia un futuro, nemmeno troppo lontano:

Ho sentito urla di furore

di generazioni, senza più passato, di neo-primitivi

rozzi cibernetici signori degli anelli orgoglio dei manicomi.

Invito al viaggio – (Fleurs – 1999) – Il decennio si chiuse come si era aperto con un album tributo: Battiato ci apre la sua playlist e si cimenta con le canzoni altrui che ha amato di più. L’album ebbe un notevole successo. Mi piace da lì trarre, in particolare, In viaggio che, seppure tratta da una poesia di Baudelaire, si avvale di musiche originali composte da Battiato: una prima parte – in limine alla declamazione – dal sapore post-romantico ed una seconda (praticamente la coda finale) animata da un tappeto ritmico ossessivo prossimo a certe trovate techno ma anche debitrice alla scuola dei kosmischer kurier di vent’anni prima.

(Riccardo Storti – terza parte) (articolo originale sul blog dell’autore)

Vai alla puntata precedente: gli anni ottanta

Vai alla prima puntata: gli anni settanta

Proseguendo la navigazione su questo sito, acconsenti all'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza cookies per offrirti una migliore esperienza. Se continui la navigazione senza modificare le impostazioni relative ai cookies o clicchi su "Accetta", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi